Giorno 5: Puerto Ayora
È strano risbarcare in questo porto, mi sento a casa e anche gli altri lo percepiscono. Sembra che lo conosca da una vita, che sia di qui. Incontro il manager del mio ostello, ragazzo simpaticissimo, che mi viene incontro, mi abbraccia e mi saluta. Rivedo i ragazzi dei diving centre utilizzati, i luoghi delle mie serate… sono felice di essere nuovamente qui.
Il nostro programma della giornata prevede di andare in mattinata al Charles Darwin Research Centre e nel pomeriggio a esplorare un ranch e i tunnel di lava. Al Charles Darwin Research Centre ero già stata una settimana prima, in solitaria, di ritorno dalla prima giornata di immersioni, non sapevo fosse anche nel programma della crociera. Questo istituto è stato creato negli anni ’70 e da allora si occupa dello studio e della salvaguardia di alcune specie endemiche delle Galapagos, in particolare le tartarughe giganti e le iguane. Per le prime, che hanno rischiato l’estinzione a causa dei pirati e delle navi che, tra 1600 e 1900, le mettevano sulle loro imbarcazioni per poterle poi mangiare (assicuravano carne fresca per un anno, periodo per il quale possono vivere senza bere né mangiare), hanno cominciato a raccogliere le uova sulle varie isole, classificandole e mettendole in specie di incubatrici che ne assicurano la sopravvivenza e determinano il sesso (a seconda della temperatura saranno maschi o femmine). Una volta nate, vengono tenute in recinzioni al riparo dagli attacchi dei roditori e dei cani, finché possono passare alle recinzioni di addestramento, in cui si allenano a muoversi nell’ambiente naturale. All’età di 6 anni circa vengono riportate nella loro isola d’origine, dove verranno sempre monitorate. Decido di tornare per sentire la lezione di Morris, la nostra guida, e poter capire un poco di più di quello che già ho visto, anche se, con le tartarughe, avevo avuto più fortuna la prima volta, dove erano meno nascoste tra gli arbusti. È qui che viene tenuto Lonesome George, unico sopravvissuto della sottospecie originaria dell’Isla Pinta, che dal 1973 abita al centro e ripetutamente si è provato, senza successo, a far riprodurre. Ora pensano alla clonazione, in ogni caso, nonostante i suoi 90 anni di età, c’è ancora un bel po’ di tempo per realizzare questo proposito: queste tartarughe arrivano a vivere per 150 anni. Quando si dice che sono giganti non si esagera: sono davvero creature incredibili. Si muovono lente, perché il peso della loro casa è fortissimo (come ho avuto modo di provare direttamente nel pomeriggio, indossandone una), hanno l’aspetto anziano e sempre il sorriso sulle labbra, così come le loro vicine iguane. Sono la perfetta copia di E.T., d’altronde si dice che Spielberg si sia ispirato a loro nella creazione dell’alieno. Ma ciò che mi ha colpito di più sono state le iguane e non per il loro manto colorato o la loro stazza enorme, ma per il comportamento. Con Morris non le abbiamo neanche guardate, avendole viste nel loro habitat naturale sul Cerro Dragon, ma io la settimana scorsa l’avevo fatto. Sono tre, divise in tre diversi recinti comunicanti, con delle finestre a grate che danno sulle altre e che lasciano un’interazione tra i rettili. Forse non si sono rese conto della mia presenza, il silenzio era totale, a parte il canto degli uccelli e degli insetti. Chiamiamole A, B e C. Mentre sto osservando A, sento un movimento nel recinto B, anche A lo sente e si mette subito all’erta. Il movimento continua e così A comincia a correre speranzosa verso la finestrella, sperando di trovarvi qualcuno. La seguo, ma di là non c’è nessuno. B si è mossa, ma per andare alla finestrella che da su C. Sembrerà assurdo, ma mi rendo conto della delusione di A. Gironzola veloce accanto alla finestrella, cercando di attirare l’attenzione, volendo entrare nella conversazione e aspettando poi speranzosa che B, finito con C, vada da lei. Mi sposto tra B e C. In qualche modo, con un gioco di sguardi, B e C comunicano. Muovono alternandosi le zampe e la testa per gesticolare, poi B si sposta più in là, toglie l’attenzione da C. C impazzisce. Comincia a prendere a testate la grata, ad aggrapparsi con forza ad essa, non vuole che B se ne vada. Provo un’infinita tristezza per loro, per l’esistenza che devono condurre solitarie. Perché non possono stare insieme, quando è evidente che lo vorrebbero? La risposta me la fornisce Morris: sono troppo aggressive, si attaccherebbero l’un l’altra. Però così è davvero triste.
Mentre ci rechiamo al Rancho Permiso arriva la notizia: il motore dell’Aida Maria non può essere riparato in un giorno, non possiamo continuare la navigazione con quella barca e verremo spostati su un’altra, Daphne, dove ci trasferiremo in serata. Al Rancho Permiso si possono osservare le tartarughe nel loro habitat naturale, si passeggia infatti in un bosco, con un sentiero tracciato, e si incontrano queste creature enormi. Subito dopo ci spostiamo a un tunnel di lava, per capire meglio l’origine delle isole. La colata lavica è infatti ardente, veloce, ma appena arriva a contatto con l’aria si raffredda e solidifica e forma una crosta, all’interno della quale la lava continua il suo percorso. È così che si formano questi tunnel, che a Santa Cruz raggiungono anche i 3 km di lunghezza. L’ingresso è enorme, sembra di entrare in una galleria, ma man mano che ci si avvicina alla fine si restringe sempre di più e l’uscita è raggiungibile solo strisciando completamente nel fango, attraverso uno spiraglio. Prima di tornare in hotel veniamo portati a prendere le nostre valigie sul nostro vecchio yatch, dove salutiamo lo staff che vi lavorava, simpatico, con tutti sempre sorridenti, pronti ad aiutare o scambiare due chiacchiere, e abbiamo la azzeccata sensazione che gli altri non potranno essere così fantastici. Dopodiché, in hotel, il tempo di una veloce doccia e via alla nuova barca, per cominciare la traversata notturna verso l’Isla Santa Maria, chiamata, più comunemente, Floreana.
Giorno 6: Isla Floreana
Floreana è protagonista di un libro che narra la vera storia di alcuni eccentrici personaggi tedeschi che, attorno al 1930, hanno deciso di abbandonare il loro paese europeo e di trasferirsi a vivere qui, in mezzo al nulla, senza alcun comfort. Una storia un po’ pazza, assurda, con anche del mistero. L’aspetto dell’isola non è troppo dissimile dalle altre: colli rotondi, cime vulcaniche, il verde degli arbusti ormai già spazzato via dal grigiore portato dalla stagione secca. In ogni caso splendido, come sempre. Come preannunciato poi, la presenza di leoni e tartarughe marine è altissima. I primi non ci fanno mancare il loro saluto mattutino: mentre col gommone ci avviamo a riva, per salire al Mirador de la Baronesa (uno dei personaggi), la testa di alcuni di loro fa capolino dall’acqua, seguendoci con lo sguardo, e, appena scesi in spiaggia, un gruppo di una quindicina di cuccioli comincia a saltare nell’acqua, sguazzando vivaci vicino a noi, facendoci vedere quanto sono agili.
Ciò che mi conquista dell’isola è Post Office Bay, un ufficio postale improvvisato subito dietro la spiaggia, che i cacciatori di balene utilizzavano nel XVIII secolo lasciando la posta in un barile e aspettando che qualcuno, diretto alla destinazione della posta, la portasse con sé. L’ “ufficio” è ancora oggi in funzione. I turisti lasciano lì le loro cartoline, aspettando che qualcuno del loro paese le trovi e le porti con sé, per consegnarle in patria. L’idea è divertente, soprattutto perché i miei compagni hanno trovato cartoline destinate a vie accanto a casa loro o nel paese vicino e andranno di persona a consegnarle (di italiane non ce n’erano, non so se per l’assenza di connazionali o perché già ritirate). Ma ciò che mi ha colpito era la dolcezza di alcuni messaggi, che i proprietari richiedono di lasciare lì: sono, per esempio, lettere di mamme che scrivono ai loro figli, in un caso in viaggio con loro, nell’altro a casa, augurando di poter ritornare lì, un giorno, con loro cresciuti. Sono una sorpresa per il futuro, un ricordo che torna dal passato portando a galla memorie magari perse. Tutto questo mi riempie di emozione, di sogni, e lascio anch’io il mio messaggio, spero indelebile.
Lo snorkeling ci regala momenti giocosi insieme ai leoni marini e alle tartarughe, che qui sono tantissime. Dato che ormai siamo più abituati ai primi, l’attenzione ricade soprattutto sulle seconde, ma la reazione dei leoni marini è buffissima. Si mettono dietro di noi, a osservarci, immobili, come delusi perché non stiamo badando a loro. Dopodiché si avvicinano alle tartarughe, come per capire cos’hanno più di loro per attrarci di più, e cominciano a girare attorno a ognuno di noi. Che dolci!
A terra questa volta torniamo più tardi, verso il tramonto. Scendiamo a Punta Cormorant, una spiaggia di sabbia verde, dovuta alla presenza di cristalli di olivina, dove notiamo subito scie di tartarughe che durante la notte sono venute a deporre le loro uova. Dietro la spiaggia parte un sentiero che, passando per una laguna abitata da fenicotteri, porta su un altro lato dell’isola, su una lunghissima spiaggia di sabbia bianca. La luce calda del tardo pomeriggio crea lunghe ombre sul bagnasciuga, gli uccellini e le onde creano una colonna sonora perfetta, noi siamo felici. Cominciamo a giocare come bambini, correndo, saltando, ci facciamo foto di gruppo, con l’autoscatto, in cui impersonifichiamo le cose più buffe viste negli ultimi giorni, tra cui noi stessi: noi che, sul ponte della barca, ci proteggiamo dagli escrementi delle fregati che ci inseguono in ogni spostamento (e diversi sono stati colpiti), noi che facciamo snorkeling, i leoni marini, i fenicotteri… Ci sono momenti in cui il cuore è così pieno di cose belle, in cui tutto quello che ti circonda è così perfetto, che si dimentica il proprio stato di adulti e si riesce a recuperare in pieno una condizione di fanciullezza che purtroppo, crescendo, tendiamo sempre più a mettere in un angolo e a soffocare, a volte forse perché ne siamo noi stessi spaventati, perché ci vergogniamo a mostrare quello che la società, con le sue regole, la sua sobrietà, i pesi che ci mette sulle spalle, ci fa sembrare inappropriato. Mentre torniamo il cielo è rosa, il sole si sta tuffando nelle profondità dell’oceano. Quando anche l’ultima luce sparisce, il cielo è limpidissimo, la luna assente. Mentre Daphne si rimette in navigazione salgo sul ponte, mi sdraio sotto le infinite stelle. È un cielo così bello che è impossibile non vedere una stella cadere almeno ogni 5 minuti. E in un posto così mi metto a esprimere desideri che sento che, con la forza magica di quei luoghi, potrebbero davvero diventare realtà.
Giorno 7: Isla Española
A Española trovo il mare più bello delle Galapagos, di un azzurro chiaro trasparente bellissimo, simile a quello della Sardegna, in altri punti di un turchese intenso, tipico dei mari tropicali. Semplicemente splendido. Ma c’è qualcosa che lo distingue da qualsiasi altro posto al mondo, una presenza che altrove, così, non si trova: una colonia di almeno duecento leoni marini che riposano sul bagnasciuga di una chilometrica spiaggia bianchissima (Gardner Bay), rotolandosi su stessi cullati dalle onde del mare. Quando li vedo da lontano credo siano semplicemente rocce, ma quando siamo vicini… se già prima, nelle altre isole, credevo fosse così straordinario trovarmi così vicina a decine di loro, qui è ancora più incredibile. Sono i papà con i loro cuccioli, che vengono spesso abbandonati qui dalle madri. I papà sono molto gelosi e abbastanza aggressivi tra loro, ci tengono ad essere predominanti. Mi basta sedermi a pochi metri da loro per essere vista da uno come una sfida, come un qualcuno che vuole rubare il suo potere sul gruppo, e così mi viene incontro ruggendomi (ma più che ruggiti, i loro sembrano belati) e facendomi immortalare, da una mia compagna che mi stava facendo una foto, a mani alzate in segno di resa nel tentativo di scappare. Ma poco più in là c’è un piccolino a cui del potere non interessa nulla. Mi vede e comincia a corrermi incontro, quando mi sta raggiungendo e vede che io scappo si butta a terra a morto. Rimane lì per una decina di secondi, poi si rialza, si rimette a corrermi incontro e, quando io scappo, ancora si butta a morto. È tenerissimo!! Poi vede un altro cucciolo in mare, allora corre verso di lui, gli si butta contro e cominciano a rotolare dandosi i bacini. Sento che da domani, appena salirò sull’aereo che mi porterà a casa, comincerò a sentire una mancanza infinita verso a questi esseri adorabili.
Española è anche l’isola degli albatross. La mattina percorriamo una passeggiata di 3 ore per avvistarli e studiarli, passando anche tra decine di iguane giganti, sule piedi blu e aquile delle Galapagos. È l’isola più a sud dell’arcipelago e qui questi uccelli leggendari vengono per riprodursi alla fine dei primi 4 anni di vita che passano in mare, senza mai toccare terra. Il loro rito di accoppiamento è divertente e sempre uguale: si avvicinano, cominciano a becchettarsi, si staccano, guardano in alto, gracchiano, poi si riavvicinano e ricominciano. Non c’è bisogno di vederli per capire cosa stanno facendo, quando ancora si è lontani si comincia a sentire la melodia che creano tra tic tic e cra cra, che non viene interrotta quando ti trovi lì, di fronte a loro, e ti siedi per ammirarli. In questo luogo hanno anche il loro aeroporto, una pista naturale dove l’erba è bassissima, che utilizzano per cominciare o rientrare dopo i loro lunghi periodi in volo. Lo spettacolo continua quando si raggiungono le scogliere: a parte le centinaia di uccelli che le sorvolano, le onde che si stagliano su di esse creano dei fenomeni splendidi. In un punto, dove scorgiamo anche la nostra prima foca, si trova il “blu hole”, un tunnel sotterraneo che fa sì che l’onda continui sotto la scogliera e che, con la sua forza, sbuchi fuori da un buco sulla sommità. L’effetto è quello di un gayser, un’esplosione violentissima di acqua che, vaporizzata, mentre viene portata via dal vento, lasciando una scia di microparticelle, forma un bellissimo arcobaleno che si dissolve e riforma quasi ogni minuto.
Lasciata Española, ci manca da percorrere solo l’ultimo tratto di mare che ci separa da San Cristobal, dove terminerà la crociera e il mio stesso viaggio. Ripenso ai miei ultimi giorni e credo che non avrei potuto desiderare di più anche da questa esperienza. Ho visto tutti gli animali che volevo, scoperto angoli di mondo ancora primitivi, nuotato e giocato con pesci meravigliosi. Ma ecco uno sbuffo dall’acqua, una fontana che nasce da in mezzo al mare. E un’altra, un’altra ancora. La barca rallenta, ci mettiamo all’inseguimento: è un branco di balene, che proprio ora ha deciso di passare per di lì. Si partecipa ad escursioni focalizzate sull’avvistamento di balene, ma in cui non si è neanche sicuri di trovarle. Noi lì, in mezzo alle Galapagos, ci ritroviamo in mezzo al loro cammino. È straordinario. Non è lo squalo balena che sognavo, ma è un qualcosa di incredibile che era ancora al di là dei miei pensieri.
Giorno 8: Isla San Cristobal
Giunti in serata, dopo cena, a Puerto Baquerizo Moreno, decidiamo di andarci a bere un drink per festeggiare la nostra ultima notte alle Galapagos. Appena scesi, crediamo di essere già vittime di allucinazioni. Su una panchina, in paese, un leone marino dorme. Lì sopra, tranquillo. Forse ne abbiamo visti troppi e scambiamo senzatetto per animali. Dopo un po’ ne incontriamo un altro, questa volta dorme sotto la panchina. Ma che succede qui? Vediamo degli scivoli fatti a tunnel che portano nel mare. Alla fine di uno di questi, dentro tranquillo, c’è un altro leone marino. Il cartello dice “Solo per bimbi”, ma a lui non interessa. Sembra di essere finiti all’interno del Pianeta delle Scimmie, ma in questo caso il pianeta è quello dei leoni marini. È tutto un po’ assurdo, perché le regole ferree del Parco Nazionale impongono agli uomini di mantenere sempre una certa distanza dagli animali, di non interagire con loro, ma tutto questo diviene davvero difficile quando questa regola non viene data anche agli animali, che invece trovano divertente imitare così l’uomo e cercare la sua compagnia. In ogni caso, per noi è assolutamente divertente vedere tutto questo, tale è il livello di assurdità, e ci andiamo a sedere al bar chiedendoci di che razza sarà colui che verrà a prenderci le ordinazioni.
Questa mattina sulle Galapagos piove. Una pioggerella fine, fastidiosa, triste. Sentirà che è il mio ultimo giorno qui? Che è l’ultimo del mio viaggio? È strano, ma al mio risveglio non lo sento come tale. Tutto mi sembra procedere come ogni giorno degli ultimi 159. Sveglia alle 6, snorkeling all’alba, nuotata tra gli squali martello, le tartarughe e i leoni marini, colazione, visita a un museo. E poi trasferimento, per prendere un aereo. Ma mi sembra uno dei tanti presi negli ultimi mesi, non certo il primo dei 3 che, nelle prossime 25 ore, mi riporteranno su suolo italiano. Questo è stato il mio modo di vivere degli ultimi 5 mesi: esplorare, visitare, fare, viaggiare, spostarmi. E ora mi sembra uno qualsiasi di quei momenti. Che il ritorno a casa non sia la fine del mio viaggio, ma parte dello stesso? Che il viaggio non sia solo esplorare il mondo, conoscere nuove culture, ma riscoprire la propria con occhi nuovi? Mentre mi appresto a lasciare queste isole già sento la loro malinconia. Come farò senza quel cielo stellato, senza i leoni marini a farmi compagnia la mattina, la sera, durante le mie giornate? Ripenso agli ultimi 10 giorni e mi stupisco di ciò che sono stati. Ho voluto scrivere un diario giorno per giorno perché ogni giorno era così pieno di esperienze incredibili da non voler tralasciare nulla. Ma se ora ci ripenso credo che le giornate vissute fossero così piene da non lasciarmi neanche il tempo di realizzare l’incredibilità di ciò che stavo vivendo. Ora lo sto facendo e non riesco neanche a credere che tutto ciò sia vero, nonostante stia finendo ora. Queste isole sono incredibili. Splendide. Magiche. Ti portano in un mondo irreale, perché è quello che si trova solo all’interno dei sogni più belli. E riescono a farti immergere in esse totalmente, perché è tutto così diverso che sono capaci di farti dimenticare qual è la tua realtà e a farti vivere giorni da sogno in un mondo vero ma allo stesso tempo parallelo. Mi chiedo davvero se fosse tutto un sogno, frutto della mia immaginazione. Ma poi accendo la macchina fotografica, vedo me seduta su una panchina a conversare con un leone marino mezzo addormentato, e la più assurda delle immagini sono certa sia davvero accaduta e che questo mondo esista realmente, intatto, autentico… con la sua irrealtà.
|
Advertisement
|