Dove l’uomo non è predatore si assiste a qualcosa che nelle nostre vite generalmente non avviene. Gli animali non ti temono, ma ti considerano come uno di loro, che semplicemente condivide il loro mondo. Puoi avvicinarti e non si muoveranno, se potranno giocheranno con te. Magari ti guarderanno con un po’ di curiosità, ma la loro vita sarà esattamente quella di sempre.
Giorno 1: Isla Baltra - Isla Santa Cruz
Il punto d’incontro con l’equipaggio della mia crociera è all’aeroporto di Baltra, alle 10.30. Jonathan, Bea e Emilio hanno proprio a quell’ora il volo per tornare sul continente, prendiamo così insieme un taxi da Puerto Ayora alle 8.20, ancora addormentati dalla nottata finita poche ora prima. Dopo aver superato il canale che separa le due isole e preso il bus che dal canale va all’aeroporto, loro si mettono in fila al check-in, io ne approfitto per farmi fare sul passaporto il timbro del parco nazionale, dopodiché faccio loro compagnia, finché purtroppo giunge il momento di salutarli.
La mia guida è già lì, in attesa degli altri passeggeri, il cui volo dovrebbe arrivare a breve. Ci vuole più di un’ora invece per raccogliere tutti e per spostarci alla baia dove la nostra imbarcazione è ancorata. Siamo in 16 e il gruppo mi piace da subito. Siamo più che altro ragazzi, quasi tutti svizzeri a parte una coppia belga e un ragazzo francese, più due signore un po’ più grandi americane e una coppia di pensionati della Nuova Zelanda. Il capitano fa l’appello: la metà di noi non è sulla lista, io compresa. Ci sono però dei posti bloccati senza nome e alla fine c’è un letto per tutti.
Quando siamo sistemati, dopo aver pranzato, la nostra prima tappa è una baia sull’Isola Santa Cruz. Mi trovo dalla parte opposta rispetto ai giorni scorsi e il paesaggio è completamente nuovo. Qui è tutta natura, più che altro desertica. Dietro la spiaggia e il verde che la circonda si innalzano, in cielo, crateri di vulcani spenti, rossicci, le cui basi sono ricoperte da colate laviche scure, grigie. Queste terre piatte, punteggiate da superfici rotonde, più alte, mi ricordano le immagini della luna rappresentate più e più volte in tanti film. Sbarchiamo per visitare una laguna nascosta dietro la spiaggia, di solito frequentata da diversi fenicotteri rosa. Ne troviamo in realtà solo due, ma sono contenta perché sono diversi da quelli boliviani. Sono infatti di un rosa acceso, molto più forte di quello dei loro fratelli, dovuto dall’alimentazione a base di alghe e gamberetti.
La partenza vera e propria è dopo cena, subito dopo aver assistito a uno spettacolo di circo acquatico completamente naturale e improvvisato, difficile da trovare in altri posti se non qui. Usciamo infatti a poppa, dove una luce che illumina il mare ci rivela la presenza di moltissimi pesci volanti e di un leone marino che si diverte a inseguirli per pescarli. È agile, velocissimo, vira e rivira su se stesso in un modo che non ti aspetteresti da un animale così grande e apparentemente goffo, ma che ti fa capire l’origine del suo nome. Ci sono anche diversi pellicani, anche loro impegnati nella caccia al pesce. A un certo punto uno si alza all’improvviso, guardiamo nella sua direzione e allora vediamo l’ombra sotto di lui, che si avvicina sempre di più a noi. È uno squalo, di almeno 3 metri. Subito ci spaventiamo per il leone marino, abbiamo paura che gli capiti qualcosa. Ma in realtà lui non sembra minimamente spaventato, si sposta solo appena quando lo squalo lo sfiora. E così rimangono tutti insieme a cacciare e gironzolare davanti a noi, incuranti della nostra presenza, in un’armonia che non ti aspetteresti tra questi animali. Ma dopotutto, come ho avuto modo di constatare in questi giorni, i grandi predatori del mare si fanno abbastanza i fatti propri e non sono così temibili come ci sono sempre stati disegnati. Alziamo gli occhi al cielo ed è meraviglioso, le stelle non potrebbero essere di più e più luminose, è uno dei cieli stellati più chiari e belli che abbia mai visto ed è impossibile non vedere qualche stella cadente sfrecciare per la sua volta. Quando la barca si mette in moto il leone marino si mette al nostro inseguimento, raggiunto da un altro compagno. Si tuffano al nostro fianco, come se fossero delfini, smuovendo ogni volta il plancton sotto di loro e facendo sì che alle stelle in cielo se ne aggiungano migliaia in acqua, verdi fosforescenti, causate dai mini organismi che abbondano nelle acque, visibili solo di notte nel buio più completo. Magico.
Giorno 2: Isla Genovesa
Quando ci svegliamo siamo già ancorati all’interno della caldera di Genovesa. Questa isola era infatti una volta un vulcano, poi sprofondato all’interno del Pacifico, quel tanto però da lasciare la sua parte superiore fuori dalla superficie dell’acqua. Da un lato c’è una spaccatura nella bocca, da cui si può accedere al suo interno. Gli uccelli hanno fatto di questa isola il loro habitat: sono tantissimi, in ogni angolo, è il posto migliore nelle Galapagos per avvistarli. Qui si è lontani dalle isole principali, nell’estremità settentrionale dell’arcipelago.
Dopo colazione veniamo portati in gommone ad esplorare l’isola, al Prince Philip’s Step. Ad ostruire la discesa c’è un pigro leone marino, che ha scelto gli scalini per schiacciare un pisolino. Quando capisce di doversi spostare, per lasciarci passare, alza un po’ la testa, ci guarda, sbuffa e si sposta solo di qualche centimetro, giusto per permetterci un piccolo passaggio. Si rimette così subito a dormire, incurante dei nostri tentativi di scavalcarlo senza toccarlo. Arrivati su troviamo uno spiazzo in cui possiamo già osservare le Sule Piedi Rossi, una delle tre specie di sule delle Galapagos, e le Sule Nazca. La guida sta cominciando a spiegarci le loro abitudini ed evoluzione quando un gracchiare fortissimo lo sovrasta e attira la nostra attenzione. Accanto a noi ci sono due coppie di Sule Nazca. Stanno discutendo tra di loro. Argomentano uno di fronte all’altro, con veemenza, colpendosi a tratti col becco. Poi, di tanto in tanto, le coppie si allontanano l’una dall’altra, spendono qualche minuto a consultarsi tra loro, dopodiché ritornano dagli “avversari” per riprendere la discussione. Sono buffissimi e sembra una situazione umana in maniera incredibile. Comincia così il nostro percorso in questo paradiso dei pennuti. Sono ovunque, di tutte le età, di diverse razze. Incontriamo sule neonate: sono già piuttosto grandi, ma si riconoscono per le piume. Quando sono così giovani sono totalmente bianche, sembrano dei batuffoli di cotone, sono tenerissime. Ti guardano con curiosità e un po’ di timidezza, ma se ne stanno dove sono, a lasciarsi fotografare imbarazzate, mentre aspettano la loro famiglia tornare col cibo. Le loro piume sono soffici, bellissime, ti invogliano a coccolarle come dei peluche. Ne incontriamo di più grandicelle, che hanno ancora qualche rimasuglio di svolazzante peluria bianca qua e là, ma le nuove piume sono già spuntate quasi ovunque; di più grandi ancora, che hanno appena raggiunto l’età per volare, spiegano le ali e le sbattono cercando, inutilmente, di prendere il volo e di levarsi in cielo, assieme a tutte le altre centinaia che circondano le superfici dell’isola. Infine le mamme che, nel nido, si occupano delle loro uova, o quelle che le depositano direttamente davanti a noi. Oltre alle sule abbondano le fregate e i fetonti becco rosso, riusciamo pure a scorgere qualche gufo di palude, mimetizzato nel paesaggio lavico, oltre che le iguane più piccole delle Galapagos, la cui taglia è determinata dalla secchezza dell’isola.
Dopo 2 ore torniamo in barca a prepararci per l’attività successiva, lo snorkeling in acque profonde. Le barriere della caldera sono infatti ripidissime, ben marcate, non lasciano vedere cosa c’è sotto di noi, a parte un blu infinito, accentuato dalla torbidezza e poca visibilità. Qui si trova una cleaning station, una “stazione” piena di pescetti piccoli che si dedicano alla pulizia dei più grandi. Sono i luoghi dov’è più facile individuare i pesci più grossi e qui realizzo quanto sia vero che alla Galapagos il solo snorkeling sia già splendido di per sé. Basta poco per veder passare sotto di noi uno squalo martello e, un poco più lontano, una manta. Ma è un po’ più tardi che ne arriva uno davvero grosso, sui 4 metri, che si lascia ammirare completamente nella sua bellezza. Lo squalo martello è infatti un animale davvero particolare e, con quel faccione così ridicolo, non può che affascinare. La superficie dell’acqua è piena di specie di gamberetti trasparenti, che in un primo momento scambio per meduse, passano poi dei gruppi di due, tre, quattro eagle e golden ray, ma il momento più bello è quando, poco prima di uscire, mi ritrovo in mezzo a un branco di almeno una ventina di eagle ray enormi, svolazzanti, che procedono decise. Incredibili.
L’escursione del pomeriggio è a Darwin Bay Beach, dove ad accoglierci è ancora un leone marino, che si tuffa in acqua e comincia a nuotare attorno ai nostri gommoni. Appena sbarcati ne incontriamo altri due, una mamma insieme al suo cucciolo, che viene allattato in quel momento e produce un suono simile a quello dei nostri neonati. Riprendiamo a passeggiare, incontrando altre centinaia di sule e fregati. I maschi di quest’ultima specie stanno facendo a gara nella conquista delle femmine: guardano verso il cielo, per mettere bene in vista il loro collo, una specie di palloncino rosso a cuore, e cantano spiegando le ali, nell’attesa di essere scelti. Quando torniamo sulla riva del mare c’è un dolcissimo cucciolo di leone marino. Sta cercando la sua mamma, ha fame, e zampetta qua e là, tra un’otaria e l’altro, importunando le loro pance e urlando come un pazzo. Ci vede e decide che anche noi possiamo essere possibili mamme. Io lo sto osservando chinata in ginocchio, mi vede e mi sceglie come prima mamma. Mi viene incontro correndo, guardandomi speranzoso, ma abbiamo l’ordine di non toccare gli animali così, quando mi è ormai a 1 metro di distanza, mi alzo e faccio qualche passo indietro. Lui si ferma e mi fa gli occhioni dolci, poi si butta nella sabbia con il muso verso di me, ancora guardandomi. Quanto vorrei carezzarlo! Quando capisce che non c’è speranza cambia direzione e, uno a uno, ci raggiunge tutti, per poi ricominciare il giro dai leoni marini. Mi immergo con maschera e pinne, per esplorare il mare della baia. I pesci tropicali sono come al solito tanti, grandi e coloratissimi, incontriamo poi uno squalo pinna bianca, forse due, non capisco se è sempre lui che gira o se sono più, la misura è sempre quella, 2 o 3 metri. E quando torno a riva mi ritrovo in acqua il leoncino, che mi sfreccia accanto, cominciamo così a inseguirci l’un l’altro, anche se lui è effettivamente imprendibile.
Tornati in barca salpiamo subito, dobbiamo già tornare alle isole centrali, che distano 75 miglia circa. Passiamo in un punto dove a volte si incontrano colonie di delfini, ma purtroppo non è il nostro caso. Il mare è grosso e tutti ne siamo abbastanza disturbati. Dopo cena ce ne stiamo all’aria aperta, nonostante il freddo, assieme alla ventina di uccelli che ci stanno seguendo e allo splendido cielo illuminato da milioni di stelle. Aspetto di oltrepassare nuovamente l’equatore, la cui linea si trova tra quest’isola e le altre, prima di andare a dormire. Per un giorno, dopo mesi, sono stata nuovamente nell’emisfero settentrionale.
Giorno 3: Isla Bartolomé e Isla San Salvador
Quando esco dalla barca credo di essere finita su Marte. Il paesaggio che mi circonda è surreale: isole di lava nera, con crateri che si innalzano rossi, con sabbia giallo-arancione, ogni tanto qualche cactus lavico giallo e verde, più altre specie endemiche di piante che sono riuscite a creare la loro casa in questo ambiente così asciutto. È incredibile, impressionante, splendido. Un pinnacolo si innalza dal mare, uno dei più famosi e fotografati delle Galapagos. Di solito qui si incontrano i pinguini, l’unica specie che vive ai tropici, ma l’acqua è fredda e probabilmente in questi giorni si sono spostati altrove.
Scendiamo sull’isola Bartolomé, per raggiungere la sua vetta. Questa volta non incontriamo tanti uccelli o animali, è appunto il paesaggio che ci circonda l’attrazione principale. Arrivati in cima lo spettacolo si apre infatti davanti ai nostri occhi: tutte le isole della parte centrale delle Galapagos sono lì, sotto di noi, visibili a occhio nudo, da questo luogo che sa di alieno. Subito dopo lo snorkeling rivela un’acqua davvero fredda, non riusciamo a stare più di mezz’ora dentro. Appena abbasso gli occhi sono però già impressionata: sotto di me la sabbia è piena di grosse stelle marine, il terreno sembra un pan di stelle tante sono. Le attrattive non si fanno poi attendere: due grossissimi leoni marini sono sotto il nostro punto di immersione. Uno sta dormendo, come sospeso nel nulla, l’altro apre gli occhi e ci guarda, ma non si muove di un centimetro. Vorrei mettermi lì con loro, ma proseguo nel percorso per incontrare un paio di squali di barriera, abbastanza piccoli, non più di 2 metri, e pesciolini viola ultra-brillanti. Come la superficie, anche l’acqua è piena di formazioni rocciose laviche, dalle forme assurde, che spuntano qua e là dal suolo. I pesci hanno scelto nelle loro insenature la loro casa, se ne trovano tanti così, lì nascosti.
Il pomeriggio ci spostiamo a San Salvador. Scendiamo su una spiaggia bianca, al confine con Sullivan Bay, una colata lavica nera, con una superficie molto estesa, di appena un centinaio d’anni fa. Camminiamo più di un’ora sopra essa ed è incredibile. Mi sembra di star camminando sulla torta al cioccolato della nonna: la crosta è scura, lucida, levigata, ma piena di venature che sembra nascondino qualcosa di soffice; è crepata in diversi punti, che lasciano vedere la roccia che s’è creata sotto, porosa, più opaca, esattamente come quella della torta. Delle crepe più grandi lasciano intravedere, dal lato, i colori dei diversi strati, uno sovrapposto all’altro: rosso, giallognolo, arancio. A tutti viene fame, questa volta sembra una torta con creme multistrato. Quando torniamo sulla spiaggia non ho voglia di immergermi nuovamente in acqua, l’acqua è così fredda e fuori è pure nuvolo. Ma chiedo a un signore che esce dall’acqua com’era e mi dice che ha visto un pinguino. Un pinguino!! L’ha visto!! Non posso resistere. Indosso la mia attrezzatura e mi butto. Per riuscire ad abituarmi mi lancio velocissima dalla parte opposta della baia, attraversandone il centro e senza seguire la costa, come stanno facendo gli altri. Quando arrivo all’estremità qualcosa di grande attira la mia attenzione. Mi avvicino e… è una tartaruga, una tartaruga gigante! Era da quando sono arrivata alle Galapagos che aspettavo di vederne una. Quella della Thailandia non mi era bastata, nuotava troppo veloce e la visibilità non era delle migliori. Ma questa era perfetta. Se ne stava tranquilla, accanto alla roccia, a mangiare. Enorme, un metro circa di lunghezza, verde con sfumature blu, bellissima. Senza muoversi, se non un poco per staccare qualche alga da ingerire. Dopo qualche minuto ha deciso di spostarsi un po’ più in là, si gira e nota la mia presenza. Mi guarda e mi studia. Decide che sono inoffensiva, così mi viene incontro e mi passa accanto, sfiorandomi. Io la seguo e continuo così per 5 minuti. Va lentissima, con tutta la tranquillità del mondo, muove le zampe anteriori e fluttua nell’acqua. Descrivere la mia felicità di quel momento è impossibile, vederla così da vicino, così bene, è un sogno. Dopo un po’ non posso continuare, segue la costa ma spingendosi sempre più lontana e seguirla può diventare pericoloso a causa delle correnti. Decido di tornare indietro e a un certo punto vedo un piccolo missile nero dirigersi verso di me. È il pinguino! Viene dritto nella mia direzione, poi sfreccia veloce sotto di me. Che dolce!! È piccolissimo, non più di 40 centimetri, buffissimo e adorabile. La felicità diviene eccitazione, che altro potrei vedere ora? È tutto così incredibile, pazzesco, emozione pura. Mai avrei pensato che questo potesse rivelarsi lo snorkeling più bello della mia vita, almeno finora, migliore anche di moltissime delle più belle immersioni. Perché le rocce erano poi piene di branchi di pesci ognuno di colore diverso, la visibilità perfetta, le formazioni laviche incredibili, e per dare al tutto un tocco in più di magia il sole è spuntato dall’alto, facendo risplendere la pelle lucida dei pesci.
Non potevo chiedere di più da questa giornata, ma ora, mentre ci dirigiamo verso Santa Cruz, branchi di mante giganti saltano davanti alla nostra barca e ogni tanto qualche pinna grigiognola spunta fuori dalla superficie dell’acqua. Che siano delfini? So solo che queste isole si rivelano ogni giorno più speciali e incredibili e mi sento ancora una volta privilegiata di poter assistere a tali meraviglie del mondo. Possono racchiudere tutti i pesci o gli animali del mondo in acquari e zoo, ma è nel loro habitat naturale che si può dire di vederli realmente e qui, dove l’uomo non è predatore, non si vedono semplicemente, si vivono.
Giorno 4: Isla Santa Cruz
Arriviamo qui, alla Caleta Tortuga Negra, ieri sera, mentre stiamo cenando. Alle 7.30 abbiamo già finito e ci mettiamo a giocare a Uno. Aspettavamo un’altra barca, che ci aveva invitato al suo party, ma non sono mai arrivati. Dei ragazzi ci richiamano fuori, ancora una volta c’è un leone marino che ci gironzola attorno, cacciando i moltissimi pesci volanti che sono attratti dalla nostra luce. È agilissimo, li insegue, virando, rimanendogli sempre dietro, fino a mangiarli in un boccone. A un certo punto vediamo delle macchiette tutte impegnate a nuotare, guardiamo meglio e… sono tartarughine, appena nate. Ne compaiono sempre di più, tenere, adorabili, con le zampette che cercano di muoversi a tutta velocità. Ce ne sono almeno 20, non superano i 7 cm di lunghezza, tra loro e i pesci il traffico si fa intenso e ogni tanto si confondono e si scontrano tra loro. Ancora una volta rimaniamo incantati più di un’ora sotto il cielo ultra-stellato, pulitosi dalle folte nubi.
La sveglia è prima dell’alba e, quando il sole comincia a far capolino dietro i grigi vulcani, saliamo sui due gommoni dello yatch. Andiamo a esplorare la foresta di mangrovie che popola la laguna di fronte a noi. La luce è splendida ed è il momento migliore della giornata per avvistare i Sule Piedi Blu cacciare. Sono infatti lì, appollaiati sulla cima delle rocce, con le loro zampette e il becco da puffi, aspettano la prossima preda. Insieme a loro diversi pellicani, che si buttano continuamente in acqua per pescare qualche malcapitato pesce. Guardiamo anche noi nell’acqua e rimpiangiamo di non poter far snorkeling in quest’area: è pieno di tartarughe, squaletti neonati, razze di tutti i tipi. A un certo punto vediamo una decina di pinne spuntare dall’acqua, crediamo che sia un branco di squaletti, ci avviciniamo e… sono almeno una ventina di razze dorate, che nuotano in gruppo e quelle più in superficie lasciano le loro ali uscire dall’acqua, dando l’effetto delle pinne. Incredibili, sembrano aquile che volano in cielo, invece sono creature del mare. Ne incontriamo poi un altro gruppo, queste sono nere a pois bianchi, un po’ più piccole. Le mangrovie sono ovunque, con le radici rosse e qualche foglia gialla tra le verdi, non perché sta arrivando l’inverno, ma perché è la loro razza. Ogni tanto si avviluppano tra di loro nei punti più vicini, ma lasciano delle aperture al di sotto delle foglie, che, abbassando la testa, lasciano passare in tranquille lagune.
Durante colazione navighiamo verso un'altra baia, Las Bachas. Qui scendiamo per un trekking attorno al Cerro Dragone, dove è possibile avvistare le iguane giganti gialle, che se ne stanno immobili sul percorso, a prendere il sole, con quel sorriso disegnato dalla loro bocca che non se ne va mai. La stagione secca è appena cominciata, ma il paesaggio è già ingrigito e gli arbusti ancora verdi fanno fatica a risaltare. Troviamo però delle orchidee appena fiorite, gialle e rosse, a vivacizzare l’ambiente. Questa volta il caldo e l’assenza di aria sulla terraferma non fanno altro che invogliarci a buttarci in mare per lo snorkeling. È più tranquillo del solito, ma non mancano le sorprese, quali due specie di pesci che non avevo mai visto prima: passa un branco di pescioni verde scuro, che attirano la mia attenzione per la testa colorata, similissima a quella umana per i tratti, e ogni tanto incontro qualche pesciolino blu, con qualche squama azzurra fosforescente qua e là, che combatte con gli altri pesci attorno a lui, più grandi e diversi. Stanno solo giocando, ma è buffissimo. Alla fine si fanno poi vedere i nostri amici ormai inseparabili, una coppia di leoni marini, mamma e figlio credo dalle dimensioni e dall’affetto con cui si strusciano e giocano tra loro, osservandoci con i loro occhioni dolci.
Il pomeriggio questa volta lo passiamo tutto in navigazione. L’Isla Santa Cruz è la seconda più grande dell’arcipelago e ci vogliono diverse ore per raggiungere dal nord, dove ci troviamo, il sud. Questa notte ci fermiamo a Porto Ayora, ritorno nel luogo dove la mia esplorazione di queste terre e mari è cominciata. Al contrario dei programmi dormiremo in hotel e non sulla barca, che ha un problema che domani dovranno riparare, mentre noi ci avventureremo nell’entroterra.
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