My Big Trip travel blog

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Galapagos, teoria dell’evoluzione, Charles Darwin. Isole intrise di mistero, perché qui è presente una vita che altrove non puoi trovare, perché racchiudono il segreto del nostro mondo, perché sono l’esempio più incontaminato e sorprendente di come funziona il pianeta che ci ospita. Era una delle altre mie fantasie, alimentata dal film Master & Commander, che le ha fatte entrare definitivamente nella lista dei luoghi da visitare assolutamente nella vita, anche se, come l’Isola di Pasqua, fino a un anno fa credevo fosse solo un sogno lontano e forse irraggiungibile. Queste isole sono nate autonomamente da dei vulcani sotto il mare, che con la loro continua attività hanno scalato le profondità oceaniche fino ad emergere in superficie, in un periodo che si estende da 4 milioni a 700 mila anni fa, data in cui anche l’ultima di loro è comparsa in superficie. I paesaggi che le caratterizzano sono per lo più fatti di lava e da cime vulcaniche spente o ancora attive, punteggiate da vegetazione che è riuscita a creare il proprio habitat in questo ambiente così secco e da animali che, giunti dal continente, sono riusciti a evolversi e a trasformarsi, creando delle specie endemiche incredibili per le loro caratteristiche. Si possono visitare autonomamente, ma molte sono lontane, inabitate, impossibili da raggiungere se non con una crociera di più giorni. Quando ho cominciato a progettare il mio viaggio avrei voluto includerle, ma non ero certa di poterlo fare, a causa del loro alto prezzo. Ma poi mi sono detta: sono in Ecuador, lontanissima da casa, quando ci tornerò, quando mi ricapiterà? Sono là ora e non posso perdermele. E così ho cominciato a informarmi su come poterle vivere nel modo migliore e ho trovato la mia crociera, sull’Aida Maria, 8 giorni e 7 notti per visitare tutte le isole, tranne una, ma decisamente un buon itinerario. Problema: altra cosa che non posso fare è andare alle Galapagos e non fare immersioni. L’unico modo per poterlo fare è però partecipare a crociere di soli subacquei, dai prezzi davvero inaccessibili e stancanti all’inverosimile, o “accontentarsi” di day-trip dall’isola principale, Santa Cruz. Per me questa era l’unica soluzione possibile ed è così che ho raggiunto questo mondo a sé stante con 4 giorni d’anticipo.

Non sono stata in molti acquari nella mia vita, ho visitato l’Acquario di Genova e il Sea Life a Orlando, in Florida. In questi mi sono ritrovata incantata a osservare le meraviglie dei nostri mari, quelle creature così misteriose che affollano le profondità dei nostri oceani, o quelle che possiamo trovare anche nelle nostre acque o in quelle più lontane. Tuttavia c’era sempre quel vetro a dividerci, dal quale mi osservavano con una certa tristezza, dal quale li osservavo accontentarsi di pochi metri cubici di acqua in cui vivere, lontano dai loro ambienti, esiliati dai loro mondi. Poi un giorno arrivo qui, alle Galapagos, e riesco a valicare quel vetro, a passare dall’altra parte, dalla loro. E tutto cambia. Quello che gli acquari non ti possono mostrare sono proprio loro: pesci, mammiferi, cetacei. Loro come esseri viventi. Loro come creature che nel loro habitat convivono, non vengono separati gli uni dagli altri, e hanno creato una propria armonia. Loro che in questo habitat semplicemente ti accolgono, ti lasciano entrare, ti nuotano affianco come fossi uno di loro.

Il primo luogo in cui mi immergo è Mosquera, un isolotto a nord di Baltra, partiamo all’alba per raggiungerlo e poter vedere più pesci. Sono venuta in queste isole con dei desideri: nuotare con i leoni marini, con mante e tartarughe, meno interessata invece agli squali, che affollano questi luoghi, ma con i quali ancora non mi sentivo a mio agio. A quanto pare il mio battesimo in questo angolo di oceano Pacifico deve invece essere proprio con loro. Quando arriviamo a una ventina di metri di profondità, la visibilità è davvero scarsa, sembra di essere immersi nella peggior nebbia della Val Padana. Bastano poche pinneggiate per vedere sfrecciare delle ombre accanto a noi. Le metto più a fuoco e sono proprio loro: decine di squali martello di una lunghezza sui 3/4 metri. Ci passano affianco, senza badare minimamente a noi, diretti decisi chissà dove. Mi concentro su me stessa. Come mi sento? È assurdo, sono tranquilla. Ciò che avevo immaginato a Ko Phi Phi, quando ho incontrato gli squali in acqua per la prima volta, era corretto. Nella profondità, insieme a loro, mi sento molto più a mio agio che quando in superficie. Non sembrano quei predatori tremendi che siamo stati abituati a temere, sono solo delle enormi creature affascinanti che, con il loro procedere sicuro, veloce, impassibile, danno l’idea di figure regali, inavvicinabili, che a loro volta non hanno nessuna intenzione di avvicinarsi a te. O almeno questo è quello che speri. Rimanevo comunque a una certa distanza, o almeno la nebbia mi dava l’impressione di non averli troppo vicino. Sto procedendo, con questi pensieri, quando un altro gruppo ci sfreccia questa volta davvero accanto, la nebbia non riesce neanche a confondere i loro tratti. Gli squali martello, che esseri incredibili. Il loro profilo ha un che di leggendario, di mitico. Ne rimango stregata. In questa immersione non riesco a vedere niente di ciò che speravo, ma alla fine credo di essere fortunata di trovare ciò che di solito non è facile vedere. Branchi interi di squali, nel blu profondo, passarmi accanto incuranti della mia presenza, ma esattamente così come si possono immaginare nella vita reale, a parte l’idea di non poterne uscire vivi. Agli squali martello si uniscono poi gli squali pinna bianca, un po’ più piccoli, forse più veloci. Sarà la loro presenza, sarà la corrente fortissima che ti trascina via senza permetterti di nuotare, trasportandoti velocissimo nell’acqua, come all’interno di un vortice, ma i pesci “normali” non sono molti. Ne troviamo di più nella seconda immersione della mattinata, nell’isolotto di Daphne Menor, non troppo lontano dal primo. Prima di scendere lo circumnavighiamo: sulle sue coste, che salgono alte fino al cielo, riposano colonie intere di leoni marini, che si contendono lo spazio con centinaia di grossi granchi rossi. Incontro anche il mio primo Blu Footed Boobbie, per noi Sula Piedi Blu, l’uccello più famoso delle Galapagos, che con le sue zampette e becco blu, si contende con Lonesome George, la tartaruga gigante, il ruolo di mascotte di queste isole. Ad accoglierci in profondità sono due squali pinna bianca, ma anche uno squalo delle Galapagos, che mi passa a circa due metri di distanza. Ci avviamo subito verso una grotta sotterranea, per vedere i pesci che vi riposano dentro. Qui mi sento meno tranquilla, in quanto uno dei due squali pinna bianca se ne sta a gironzolare lì fuori, e se per caso decide di entrare con noi non è come nelle acque libere, dove può tranquillamente superarci, ma ci ritroviamo a dover condividere uno spazio un po’ troppo piccolo per i miei gusti. Ma meno male ciò non capita e riprendiamo tranquilli l’immersione all’esterno. Anche qui la corrente è fortissima, è difficilissimo non farsi trascinare via. I pesci si nascondono nelle cavità delle rocce, qui troviamo una murena, un bel polpo rosa, una piccola razza. Dopo l’incontro con nuovi squali ci rendiamo conto che quella che pensavamo essere una grossa alga arancio-rosso su uno scoglio è in realtà un cavalluccio marino, gigante. Anche questi li avevo visti all’acquario, ma con dimensioni davvero diverse. Ho sempre pensato di conseguenza al cavalluccio come un pesce piccolissimo, difficile da riconoscere nell’acqua, perché così lo avevo incontrato anche nel Mar Rosso. Ma questo era almeno di 30 centimetri di lunghezza, forse più, bellissimo. Se ne stava immobile, protetto da alcune alghe, capace di resistere alla corrente. Splendido. Anche la seconda immersione sta per giungere al termine e mi sento triste per non aver incontrato nessun leone marino, come la loro presenza sull’isola mi aveva fatto sperare. Ma ecco che qualcosa sfreccia velocissima verso di me, in controcorrente. È proprio uno di loro! Non può permettersi di fermarsi a giocare, deve combattere l’acqua che si oppone a lui, ma proprio quando mi sta per incrociare smette di muovere le pinne, rallentando e sfruttando la velocità accumulata per proseguire qualche metro senza far nulla. Gira il muso verso di me, successivamente rivolge tutto il suo corpo nella mia direzione, e ci guardiamo negli occhi per un attimo. Wow. Un attimo intenso, dolce, emozionante.

Per le mie altre due immersioni lascio passare un giorno, per rilassarmi. La meta dovrebbe essere Gordon’s Rock, il sito di immersioni più bello delle Galapagos, ma sembra che la maledizione incontrata per Richelieu Rock, in Thailandia, mi perseguiti. Ci vogliono almeno 4 persone che si immergano, noi siamo solo 3, ed essendo un’immersione per esperti non può farla chiunque ed è difficile trovare altri che partecipino. Non so se alla fine sia forse stata una fortuna: qualche ora prima di sapere che era stata cancellata ho scoperto che la settimana prima un uomo è morto durante l’immersione, ha avuto un momento di panico che l’ha fatto risalire immediatamente, senza soste di sicurezza, procurandogli un embolia polmonare; i miei amici poi, che l’avevano fatta qualche giorno prima, mi hanno raccontato che la corrente era davvero impossibile e che non se l’erano goduta; infine, questo sito è più che altro famoso per l’avvistamento di squali martelli e io ne avevo già visti in abbondanza a Mosquera. L’alternativa è stata l’isola di Santa Fe e non me ne sono pentita: dopo 5 minuti che ero in acqua un’enorme manta mi è passata accanto, esaudendo un altro desiderio del quale non ero sicura della realizzazione, dato che i miei amici, in diverse immersioni in queste isole, mai ne avevano viste. Maestosa, elegante, bellissima. Erano presenti anche diversi leoni marini, che però si sono limitati a osservarci, senza venirci vicino. Entrambe le immersioni sono state molto piacevoli, a parte l’acqua ghiacciata difficile da sopportare. Questa volta gli squali non si sono fatti vedere, solo mille pesci tropicali colorati, molto grandi, e dei paesaggi entusiasmanti, tra cui un tunnel che sembrava davvero la vasca di un acquario, tanti erano i pesci al suo interno. Alcuni nuotavano a pancia in su, attaccati alla parete superiore, tutti se ne stavano lì senza spostarsi e proteggendosi dalle correnti, a guardarmi e ad accettarmi come una di loro.

I miei primi tre giorni e mezzo di Galapagos non sono però stati solo immersioni, ma anche persone, luoghi, divertimento. Ho deciso di lasciarle alla fine del mio lungo viaggio per concedermi una vera vacanza prima del ritorno ed è esattamente ciò che è stato, già a partire dall’aeroporto di Quito. È qui che ho conosciuto Lisa e Anthony, giovane mamma del Minnesota in viaggio col figlio di 14 anni. Ci siamo ritrovati infatti “vittime della stessa sventura”: dopo aver fatto un’ora di coda al check-in per l’imbarco, scopriamo che per le Galapagos bisogna arrivare lì con un biglietto speciale che accerta l’ispezione dei bagagli e con il ticket per la tassa d’ingresso, che si trovano fuori dall’aeroporto, ma di cui nessuno ci aveva indicato la necessità di procurarci. Dobbiamo dunque uscire e, in teoria, rifare tutto da capo, anche se riesco a convincere gli addetti a farci saltare la fila, avendola già fatta una volta e rischiando altrimenti di fare tardi. È così che facciamo amicizia e scopro che sono persone fantastiche. Arrivati all’aeroporto di Baltra prendiamo insieme il traghetto per Santa Cruz, dopodiché mi offrono un passaggio in taxi fino a Puerto Ayora, per farmi evitare di aspettare il bus e fare un’ora di tragitto, quando l’auto è sicuramente più veloce. Ci accordiamo poi per ritrovarci la sera, per uscire insieme a cena. In ostello conosco invece Sabine, una ragazza belga in viaggio come me. Era sempre sullo stesso volo, ma è nel cortile dell’hotel che cominciamo a parlare, mi chiede dove si può cenare e la invito a unirsi a noi. In questo modo si è formato il nostro gruppetto, con cui ho condiviso tutte le squisite cene dei miei primi 4 giorni, a base di aragoste e gamberi all’encocada (in salsa di cocco), frullati di mora e maracuya, serviti dagli economici e locali stand che occupano una via del villaggio, sicuramente più caratteristici e soddisfacenti dei ristoranti turistici e cari del malecon. Ho poi ritrovato Krushi, ragazzo di origine indiane cresciuto a Londra, che era in stanza con me in ostello a Valparaiso, ormai due mesi fa. Ci siamo trovati giovedì dopocena, insieme a Emilio, ragazzo argentino con cui viaggiava da 10 giorni, e altri ragazzi, del posto e stranieri, conosciuti strada facendo. Siamo andati a bere e fumare la shisha nel bar che è poi diventato protagonista delle nostre serate, per poi spostarci nell’unica disco dell’isola, dove locali e gringos si mescolano per ballare salsa e reggetton e il divertimento è assicurato. Con Krushi ed Emilio sono andata nel mio giorno libero da immersioni a Playa Tortuga, considerata una delle spiagge più belle delle Galapagos. Una lingua lunghissima di spiaggia bianca, raggiungibile dopo 40 minuti di passeggiata tra cactus e altre piante endemiche, costeggiata da una foresta di mangrovie e frequentata, più che dalle tartarughe che noi non abbiamo visto, da iguane gigante che si rosolano tutte avviluppate sotto il sole. Si divide in due parti, una caratterizzata da forti correnti e alte onde, dove non è possibile nuotare e stanno più che altro i surfisti, l’altra più riparata, che permette di nuotare in mezzo a cuccioli di squalo in acque tiepide e tranquille. Al contrario di quello che ci si potrebbe aspettare, la spiaggia era praticamente deserta, le persone presenti erano pochissime e più del posto, ma c’era Jonathan, ragazzo londinese che Krushi ed Emilio avevano conosciuto in immersione qualche giorno prima. Il gruppo si è così allargato ancora, la sera si è aggiunta anche Bea, la sorella di Jonathan, e sabato, dopo che Krushi era partito e che io avevo fatto le mie immersioni mattutine, io, Emilio e Jonathan siamo andati a scoprire un nuovo luogo, Las Grietas, un’insenatura caratterizzata da scogliere alte da cui ci si tuffa grazie all’acqua profonda che corre in mezzo, un posto splendido dove ci si diverte sia a mettersi alla prova nei salti, che nell’osservare gli ecuadoriani, che sono più acrobati che altro. Insieme abbiamo infine festeggiato l’ultima serata sulla terraferma del viaggio, l’ultima per loro alle Galapagos, scatenandoci un’ultima volta sulle note della musica latino-americana, incontrando personaggi pazzi che ballavano con noi e che erano decisamente divertenti, per poi condividere il taxi per l’aeroporto dopo sole poche ore di sonno.

Sono state giornate intense, piacevoli, indimenticabili, un primo assaggio di queste isole che mi ha fatto subito innamorare di loro e mi ha riempito di entusiasmo per i giorni che stavano a venire, per scoprire ancora di più la loro essenza e la loro magia.



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