My Big Trip travel blog

 

 

 

 

 


Cuenca, 2.500 m (ci risiamo, si risale!), cittadina dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO. La raggiungiamo dopo aver passato il confine con l’Ecuador, ahimè l’ultimo del mio viaggio. Il paesaggio cambia completamente: il deserto viene sostituito da colli e poi montagne dalla vegetazione rigogliosa, tropicale. L’aria si riempie di musica latino-americana, di salsa in particolare. E i cappelli delle donne, bombette nere in Bolivia e poi sempre più chiare e fantasiose man mano che si è saliti fino a nord, diventano panama bianchi.

La credenza della maggior parte del mondo è che i panama vengano prodotti a Panama. Ma la realtà è che nascono qui, a Cuenca. La palma da cui viene ricavata la pregiatissima paglia che viene utilizzata per la loro produzione si trova infatti solo in Ecuador e tutti i tentativi di piantarla all’estero sono falliti. Si trova nell’entroterra, viene portata sulla costa per la preparazione dei fili e poi torna a Cuenca per la produzione dei cappelli. La cittadina è cosparsa da fabbriche, che più che fabbriche sono negozi che espongono macchinari di produzione antichi e preparano al momento cappelli su misura. Si possono perdere ore a provare modelli differenti, nuove fantasie, a trovare la fascia giusta con cui cingerli, o semplicemente un’alternativa alla principale, di modo da variare un po’ il cappello quando si vuole. Se il modello che piace non c’è nella propria misura, si mettono subito al lavoro e in un’ora ti consegnano il tuo panama del colore scelto, perfettamente intagliato.

La città è famosa poi per i suoi edifici coloniali e per il suo “barranco”, una rupe che si affaccia sul rio che attraversa la città, il Rio Tomebamba, dove le case sembrano sospese al di sopra di esso, o almeno a detta degli abitanti nel posto. A me sono sembrate semplicemente case costruite a ridosso del nulla, ma niente di particolare, di sicuro non tengono confronti con le nostre Cinque Terre. Eppure il Rio, che scorre violento tra le rocce, affiancato da spazi verdi in cui le donne si sistemano per lavare il proprio bucato all’interno del torrente, da un’atmosfera particolarmente gradevole alla città, quella di un paese di montagna, più che di uno dei centri più importanti dello stato. Ma tale sensazione si perde in centro, dove le testimonianze dell’epoca coloniale abbelliscono sì vie e piazze, ma non riescono a creare un insieme altrettanto piacevole di altre città visitate che possono essere paragonate ad essa, quali le mie preferite Sucre e Arequipa. Forse siamo arrivati nei giorni sbagliati, tutto era chiuso infatti per il ponte legato al Giorno dell’Indipendenza, festeggiato il 25 ma prolungato a tutto il weekend. Sono certa che il giorno stesso, caratterizzato da parate ed eventi, sia stato sicuramente bello, ma noi siamo arrivati il giorno dopo e ciò che ci ha accolto è stata una Cuenca addormentata, silenziosa, un po’ spenta. Non abbiamo visto i bimbi in divisa scolastica, di cui avevo letto, giocare per le vie e le suore impegnate a osservare la gente e le giovani coppie a passeggio. C’erano invece mandrie di ragazzine in tacchi a spillo e abiti succinti che si apprestavano ai vari locali, attese da ragazzi eccitati dalla serata che li attendeva, in contrasto completo con quelli visti poco prima nella cattedrale, con in mano una candela e in abiti sobri ed eleganti, che si preparavano a ricevere la Cresima mentre parenti e amici li fotografavano emozionati.

A Cuenca non ho trovato quello che mi aspettavo, nonostante la sua fama di seconda città più bella dell’Ecuador, ma davvero credo si tratti di una questione di tempistica sbagliata. Ad ogni modo, dopo appena un pomeriggio e una mattina passati lì, non sento di lasciare nulla nell’allontanarmene, curiosa invece dei paesaggi costellati di vulcani in cui ci stiamo recando.



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