My Big Trip travel blog

 

 

 

 

 

 

 

 


Arriviamo a Huanchaco un’ora prima del tramonto, in tempo per montare le tende e preparare l’attrezzatura per cucinare. Ci fermeremo qui 2 notti, dopodiché ci aspetteranno 700 km di strada per raggiungere il confine con l’Ecuador. Prima di superarlo ci fermeremo però altre 3 notti in un camping a Punta Sal, per concederci 2 giorni di relax al mare (sperando nella clemenza del tempo).

Considerando i 5 giorni consecutivi di camping, ci fermiamo prima sulla strada, in un vero supermercato (non ce ne sono così tanti!), a far la spesa. Siamo stati divisi in due gruppi, con i turni per cucinare, e per ogni pasto ci è stato affidato un budget per comprar gli ingredienti. Decidiamo così il menù e ci mettiamo alla ricerca del necessario. A noi spetta la prima cena, vogliono cucinare pasta. Ottimo, dico, è la mia specialità. Peccato non avessi considerato che si sarebbe trasformata nella prima situazione più difficile di questa convivenza. Ho scoperto infatti che il concetto di pasta di australiani, canadesi e inglesi è qualcosa di assolutamente lontano da quella che è realmente la pasta, ma il problema maggiore è che sono convinti che il loro modo di mangiarla sia quello corretto, perché è quello che gli è stato insegnato dalle loro madri (non italiane). Tremendo. E nonostante io sia italiana e possano suppore che conosca il modo giusto per cucinarla, preferiscono far di testa loro e mi guardano come se fossi pazza nella preparazione. Già la spesa si rivela difficile. Ci sono 3 vegetariani, non si possono utilizzare carne e pesce, i miei compagni mi tirano fuori sughi assurdi e senza senso e, per risparmiare soldi da destinare a cose inutili, insistono per prendere l’olio di soia anziché d’oliva. Va beh, in qualche modo ce la faremo. Io preparerò il sugo di pomodoro, Ross (il signore australiano della coppia) un mix di verdure da aggiungere al sugo. Innanzitutto mi rendo conto che non hanno idea di cosa significhi fare un soffritto, semplicemente buttano tutto insieme nella pentola lasciando che cuoci a caso. Quando vedono come preparo il sugo sono assolutamente dubbiosi, mi chiedono “ma come credi di poter far diventare quei pomodori un sugo?”. Quando vedono il risultato, sono meravigliati e increduli. Ma qui viene la parte più difficile. La pasta è pronta, la scolo, sto per buttarla nel sugo per farla saltare, questi cercano di fermarmi: la pasta non si butta nel sugo! La pasta si serve scondita e poi ognuno il sugo lo mette affianco, chi ha mai mangiato una pasta già condita?? Già mi sembra di star tradendo la cucina italiana, questo non lo posso accettare, butto la pasta nel sugo e la condisco per bene. Alla fine è anche venuta bene, era piuttosto buona, non lo avrei mai detto, solo un poco scotta. E gli altri si sono stupiti di quanto fosse buona! La seconda sera il secondo gruppo ha riproposto pasta, ma alla loro maniera. Da una parte la pasta scondita, dall’altra verdure, in una pentola del pollo arrostito, nell’ultima un sugo di panna e vino bianco. Ho scoperto che la mia pasta era forse, per loro, cruda: questa era una pappetta indistinta senza consistenza. Ma inoltre non aveva un sapore definito!! Semplicemente un gran mix pastrocchiato. Eppure per loro era comunque fantastica, qualcuno diceva che era meglio di come mangia a casa sua. Aiuto!! Ecco perché in tutto il viaggio, a parte un piatto di spaghetti in India, mi sono sempre rifiutata di andare in ristoranti italiani e mi sono dedicata semplicemente alla cucina locale.

A parte le “sventure” culinarie, la giornata passata in questa zona è stata bellissima e mi ha sorpreso. Nei dintorni di Huanchaco si trovano diverse testimonianze di società pre-incaiche. Da quando mi ero letta tutti i posti da vedere in Perù, nel decidere il mio itinerario, mi ero sentita attratta da questo paragrafo così piccolo del nord del paese. Non sono infatti famose, però mi sembravano particolarmente interessanti. Ieri non potevo credere ai miei occhi: non c’erano turisti, eravamo noi e ogni volta non più di altre 3 o 4 persone, eppure sono spettacolari e decisamente degne di più attenzione.

“Chan Chan” significa “Sole Sole”, eppure è curioso questo nome dato all’antica città Chimu, risalente al 1300. Al contrario infatti di molte civiltà del passato, loro non veneravano il sole, lo consideravano debole in quanto non capace di sconfiggere la notte. Per questo preferivano la luna, ma soprattutto il mare, situato a un solo chilometro di distanza. Camminando tra i resti (ricostruiti) della città, la più grande al mondo costruita completamente in mattoni di adobe, sembra di vagare all’interno dell’ambientazione di un acquario. Le pareti sono decorati con pesci, disposti in modo da riprodurre le onde, altre sono costituite da rombi a nido d’ape, che rappresentano le reti per pescare, alle basi si trovano pellicani e altri animali marini. Provo a immaginarmi come doveva essere una volta e, considerando il mio amore per il mare, credo mi sarebbe piaciuto vivere in un posto così, escludendo i soliti sacrifici di fanciulle. Quando si arriva a Chan Chan ciò che si vede, nella distesa del deserto, sono resti di mura sepolti dalla sabbia, inglobati da essa, che la rendono un luogo desolato, dove si sono insidiati vagabondi che costantemente tendono assalti a chi si avventura nelle aree non protette del sito. Dei nove complessi principali di cui era formata, i recinti reali, solo uno è stato restaurato ed aperto al pubblico. Per ogni re veniva costruito un recinto reale nuovo, protetto da alte mura, all’interno del quale si trovavano enormi piazze cerimoniali, sale delle udienze e delle assemblee, depositi, cucine, pozzi, ma, soprattutto, il mausoleo del re, dove veniva sepolto dopo la morte insieme a una decina di donne sacrificate e oggetti preziosi.

Ma il sito che mi ha lasciato più a bocca aperta è stata la Huaca de la Luna, piramide cerimoniale della civiltà Moche, che ha regnato tra il 200 e l’850 d.C.. Davanti ad essa si staglia una piramide più alta, la Huaca del Sol, che raggiungeva i 45 metri d’altezza ma che è stata distrutta per due terzi da vento, mare e intemperie (entrambi i siti erano sepolti da conchiglie, raggiunti da uno tsunami che ne aveva quasi nascosto le tracce). Ciò che nasconde al suo interno è qualcosa di incredibile, considerando tutto il tempo passato dalla sua costruzione: le sue mura sono completamente fregiate, colorate in ogni angolo, qui basta molta meno immaginazione per capire quanto questo luogo fosse incredibilmente bello e sorprendente. Se è arrivato così conservato fino a noi è perché, man mano che si succedevano le generazioni, ognuna aggiungeva uno strato alla piramide, andando a coprire quelli precedenti, che così sono stati protetti per secoli dai mattoni più recenti. Gli archeologi hanno preso a “sfogliarli” e così ora si può camminare tra un livello e l’altro ammirando ciò che era stato nascosto in passato.

Queste società non utilizzavano la scrittura. Tutto ciò che è arrivato a noi è stato grazie all’interpretazione di simboli e disegni, che al contrario abbondavano. Per gli Inca è stato diverso, gli spagnoli, al loro arrivo, avevano documentato tutto ciò che avevano trovato, parlando di città, civiltà, cultura. Anche la città di Chan Chan era ancora bene conservata ed è grazie agli scritti degli invasori che sappiamo che pure qui tutte le pareti erano completamente colorate, usando solo il bianco, il nero, il giallo e il rosso. Tuttavia rimangono molte domande che probabilmente non riceveranno mai risposta, questioni che nascondo forse grandi rivelazioni sul passato. Nelle ceramiche dei Moche ritroviamo raffigurazioni di uomini con la testa di lupi o di orsi (i primi rappresentavano i soldati, i secondi i messaggeri). A parte la somiglianza incredibile dei primi con quelli egiziani, ma come potevano i Moche conoscere lupi e orsi, non essendo assolutamente possibile trovarli nella zona costiera desertica in cui si estendeva il piccolo regno di questa civiltà? Forse una volta esistevano anche in questi ambienti e poi si sono trasferiti altrove con il crescere della popolazione? O forse questo popolo era riuscito a varcare i confini del mondo e a raggiungere le nostre terre prima che noi europei riuscissimo a farlo? O qualcuno aveva preceduto Colombo di più di 1.000 anni e aveva deciso di rimanere a vivere in quei luoghi, senza mai tornare e poterne dare testimonianza, ma insegnando loro la nostra storia? In un fregio sul muro esterno della Huaca de la Luna si trovano degli uomini con in testa una corona, uguale a quelle utilizzate in Europa in quei tempi. In Sud America non sono mai state ritrovate corone così, i simboli per riconoscere i reali erano altri. Ma allora, come hanno fatto a inventarle esattamente così? Tutto ciò ha dell’incredibile e lascia dei misteri assolutamente affascinanti.

Siamo tornati dalle visite alle 15, lasciandoci qualche ora libera da impiegare in totale libertà. Ne ho approfittato per uscire a fare un giro a Huanchaco, dato che non avevo ancora avuto modo di vederla. Passando in truck per la cittadina avevo notato una chiesa, su una specie di scogliera desertica che si affaccia sul centro abitato e che ho poi scoperto essere la seconda chiesa più antica del Perù, che contiene la prima originale immagine sacra portata dagli spagnoli in Sud America, nel 1537. Ho deciso di dirigermi prima lì, per poi recarmi in riva al mare a osservare onde, surfisti e i caballitos de totora, imbarcazioni costruite in canne di totora dai pescatori, rimaste uguali negli ultimi 2.000 anni. Appena entrata in chiesa sono stata accolta dal sagrestano, Isidro. Isidro è un uomo simpatico e gentilissimo. Era curiosissimo sulla mia città, Mantova, sulla situazione italiana, la sua cultura. Mi ha detto che il parroco della chiesa ha vissuto 4 anni a Roma e che moltissimi italiani vengono in Perù a fare volontariato e scambi culturali con le università (a Huaraz la guida del trekking mi aveva detto che lì vicino, sulle montagne, esiste da più di 40 anni una comunità italiana che ha aiutato i popoli con costruzioni di servizi e lavorazione del legno). Abbiamo parlato a lungo, mi ha fatto da guida all’interno della chiesa, facendomi notare fiero come i dipinti della via crucis rappresentassero Huanchaco, con, sullo sfondo, il monte visibile da lì, la chiesa su un’altura, il mare e i suoi caballitos de totora. Alla fine ci siamo scambiati le mail e m ha invitato a pranzo a casa sua, con la sua famiglia, il giorno dopo. Ed ecco che qui ho rimpianto la mia vita indipendente, da viaggiatrice autonoma. Non ho potuto accettare, abbiamo lasciato la città prima dell’alba. Mi sono consolata una volta arrivata in spiaggia. Mi è bastato immergere i piedi nell’acqua fredda per sentirmi invadere da quella sensazione di serenità che solo il mare sa darmi. I caballitos erano distesi ordinatamente sul lato della spiaggia, ad asciugare. Dopo qualche mese infatti sono troppo impregnati d’acqua e le canne marciscono, così i pescatori cercano di preservarli il più possibile esponendoli al sole ogni volta dopo l’utilizzo. I pescatori escono la mattina e tornano nel primo pomeriggio. Sapevo che avrei trovato queste specie di barche disposte sulla spiaggia, ma che avrei dovuto rinunciare al vederle all’opera. Eppure, a un certo punto, mentre osservavo surfisti principianti e qualcuno più esperto cimentarsi a cavalcare le onde, un pescatore si è avvicinato a un’imbarcazione, l’ha presa, l’ha sistemata vicino al mare, ha preso una specie di pala da usare come remo e si è immerso nelle acque, allontanandosi sempre più, fermandosi con la sua canna al largo e sparendo intervallatamene dietro le alte onde.

Sono tornata al campeggio in tempo per ammirare le nuvole tingersi completamente di un rosa-rosso acceso, che, riflettendosi nel mare, ha creato un panorama surreale, da dipinto, perché il sole non si vedeva, nascosto dalle nubi, ma cielo e mare erano una macchia infinita di questo splendido colore. Ho aspettato poi l’ora di cena rilassandomi con il rumore del mare vicino, quel suono che adoro che ha accompagnato le mie notti ad Huanchaco e che mi aspetta ancora nella prossima tappa.



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