Mi rendo conto che come collegamento possa risultare totalmente azzardato. Milano è capitale della moda, simbolo di città ricca. Lima lo è di favelas, povertà, crimine. Ma forse questa è più l’immagine che ne abbiamo noi, la realtà a me è sembrata un’altra. Mi ero fatta, difatti, un’idea totalmente diversa, più di una città come Tijuana. Ma invece no. Sarà che il mio primo impatto è stato con Miraflores, il quartiere “bene” della città. È dove dormono la maggior parte dei turisti in quanto il luogo più sicuro dove stare.
Sono arrivata a Lima dopo 16 ore di bus da Arequipa. Un viaggio tranquillo, passato veloce, senza nulla di particolare. Solo non capisco perché, se l’autobus deve arrivare a destinazione alle 14, decidono di svegliarti alle 6 con ritiro di coperte e cuscini, colazione e film! La compagnia dei bus (una delle meno note e più economiche della categoria cama, eppure il livello di servizio è esattamente lo stesso di quelle più care, in quanto famose, frequentate dagli stranieri) ha un suo terminal, con pure le auto con autisti. Sono riuscita ad accordarmi per avere lo stesso prezzo di un taxi normale, con la differenza che qui c’era la garanzia di sicurezza della compagnia. Come al solito, ottenere un prezzo giusto nasconde un’insidia dietro di sé. Già da subito l’autista ha cercato di convincermi ad andare in un altro ostello rispetto a quello che avevo prenotato, dicendomi che ne conosceva altri che costavano meno. Una volta arrivati al mio, ha detto che era disabitato. Effettivamente non c’era nessuna insegna, nessun campanello col nome, e davanti all’ingresso c’era un cartello che diceva di recapitare la posta a un altro indirizzo. È sceso dall’auto, ha suonato il campanello, nessuna risposta. Nel frattempo sono scesa anch’io ma sembrava effettivamente come diceva lui. Lì vicino però c’era anche la seconda casa dell’ostello, mi ha detto che mi portava lì. Nel frattempo ha provato con il cellulare a chiamare e mi ha detto che dicevano che l’ostello era chiuso. Arriviamo davanti all’altra casa, scende a suonare, nessuna risposta. Mi dice che non c’è niente da fare, che il comune spesso fa chiudere degli ostelli perché non hanno il permesso, si vede che è il loro caso. Mi dice che mi porta in un altro. Se già all’inizio sentivo odore di bruciato, la sensazione che qualcosa non quadrasse era sempre più forte. Gli dico di no, mi invento che ho già pagato la prima notte e tiro fuori il cellulare con il numero per far vedere che questa volta chiamo io. Allora ritira fuori il suo e mi dice che fa lui e, guarda un po’, questa volta rispondono. Un ragazzo scende dalla casa, l’autista dice che abbiamo suonato nella prima casa ma si vede che il campanello era rotto e si inventa che io ero tutta agitata perché credevo avessero chiuso. Il ragazzo dell’ostello mortificato si scusa e mi chiede come sto, ma gli rispondo che in realtà sono tranquilla e non ero preoccupata. Ritorniamo alla prima casa, pago l’autista ed entro. Mi fermo con il ragazzo nell’ingresso, mi da tutte le informazioni sulla città. Poi qualcuno suona il campanello. Il campanello funziona. Dopo altri 5 minuti chi torna? L’autista. Vuole una commissione. Il ragazzo gli dice che se una persona ha già la prenotazione la commissione non la danno, l’autista risponde che però io pensavo fosse chiuso e lui si era impegnato per aiutarmi a farmi stare lì. Allora tutto è stato chiaro. L’autista ha detto che aspettava fuori che il ragazzo finisse di parlare con me, io ho avvertito il ragazzo che era tutta una falsa, che a quel punto ero certa che non avesse suonato il campanello la prima volta e che si fosse inventato tutto per guadagnare qualcosa in più. E io sono stata stupida a non suonare direttamente, influenzata dalla mancanza di insegna e dal cartello sulla casa. Ma possibile che se ne inventino sempre una??
Sistemo le mie cose, esco a fare un giro ed è qui che la mia idea su Lima comincia a prendere corpo. McDonalds, Burger King, KFC, Starbucks, altre catene peruviane; uomini in giacca e cravatta, businessmen, donne con tacchi a spillo; grattacieli, centri commerciali, negozi di marca, catene di multiplex. In questo momento potrei trovarmi in qualsiasi grande città al mondo. E a me viene in mente Milano. Percorro l’itinerario proposto dal ragazzo dell’ostello, che mi porta su un mirador sul mare. Il mare… quanto mi mancava!! Dopo un mese ad altitudini superiori ai 3.000m, finalmente mi ritrovo di nuovo al suo livello e in sua presenza. Non che avessi problemi con l’altezza, ma mi basta vedere l’acqua e sentirne l’odore salmastro per sentirmi felice (anche se poi, a colazione, sono rimasta delusa dal non trovare il mate de coca, che effettivamente qui non ha una scopo preciso come in montagna, ma che io adoro). Affacciato sul mare c’è un mall di lusso, effettivamente bello, con food court, cinema, teatro, bowling, oltre a, naturalmente, tutti i negozi. Ci faccio un giro e non riesco a resistere alla tentazione di guardare la programmazione cinematografica, di conseguenza a comprare un biglietto. Prima del film voglio provare una cevicheria lì vicina, la cerco ma è chiusa, un signore con un carretto che sta lì davanti mi spiega che chiude tutti i giorni alle 17. Come scoprirò poi, la maggior parte dei ristoranti non turistici a Lima fa lo stesso ogni giorno. Che cosa strana!! Torno così al mall, dove mi siedo in un bar dove c’è l’happy hour, esattamente identico a quelli milanesi. Dopo poco, al tavolo vicino al mio, si siedono sei signore, vestite elegantemente, che cominciano a spettegolare sugli ultimi avvenimenti davanti a bicchieri di martini. Ok, sono definitivamente convinta. Se la sera seguente, tornando a Miraflores, riesco a individuare un localino che mi sembra diverso da tutti gli altri, ed effettivamente mi ritrovo con menù economico, scelta tra 3 piatti e con la signora del locale che viene a sedersi a tavola con me a cenare, l’ultimo giorno a pranzo mi concedo un ristorante “alla moda”. I loro maki speciali e il loro ceviche sono favolosi, ma accanto a me è pieno di tavoli con uomini e donne attaccati a blackberry e iPhone a parlare di lavoro. Milano, la Milano dove ho vissuto fino a novembre, la vita che avevo io stessa finché me ne stavo là, a lavorare. Una vita che ora mi sembra così infinitamente lontana, passata, ma che quei pochi attimi mi ricordano perfettamente. La mia mente vola a come sarebbe la mia vita se fossi ancora là. Non vissuta. Sveglia tutti i giorni alla stessa ora, metropolitana, facce tristi, depresse, riunioni sempre uguali a se stesse, telefonate a clienti sclerati, pause pranzo rapide, con l’incapacità di staccare la mente dalle troppe cose da fare, ore piccole in ufficio. Negli ultimi mesi invece ogni giorno è novità, è un posto nuovo, una nuova avventura, un nuovo incontro, è felicità, entusiasmo, vita. Mi riempie, mi riempie di cose belle, mi fa sentire di star investendo nel modo migliore ogni secondo della mia esistenza. Certo, tra un mese tornerò anch’io a quella vita, ma, oltre a essere convinta che fuori da Milano sia molto migliore, la sensazione è che comunque sarà diverso, perché quello che mi porto dentro, questa esperienza, è qualcosa che niente potrà mai togliermi e ciò che mi ha insegnato è un nuovo modo di considerare il mondo, le persone e gli avvenimenti attorno a me, ma soprattutto la capacità di non lasciare che le cose passino passivamente. Vivere ogni momento in prima persona.
La giornata passata nel centro di Lima non ha cambiato la mia idea. Magari più gente comune, ma esattamente come da noi, a fare la vasche nella via pedonale piena di negozi, a passare le ore esattamente nella stessa maniera. Qui ogni 2 minuti vieni fermato: vuoi fare un tattoo? Un piercing? Vuoi un assicurazione? Ma, soprattutto, hai l’ora? E ti indicano di far vedere l’orologio. Io l’orologio non ce l’ho. Allora qualcuno ti chiede pure se non puoi guardarla sul cellulare. Le opzioni sono due: può essere un modo per attaccare bottone, ma, più probabile, è un modo per farsi un’idea di chi sei, di quanti soldi hai, cercare la prossima vittima per una rapina.
Lima è una città di teschi, ossa e tortura. Ne vanno fieri. In ogni luogo visitato c’erano ossa e teschi esposti, il problema è il come. Il primo luogo dove gli ho visti sono state le catacombe. Praticamente hanno scavato, dissotterrato i resti, poi hanno diviso le diverse tipologie di ossa: femori, spalle, altre ossa, crani. Hanno sistemato questi ognuno in una tomba, cercando di arrangiarli in maniera decorativa. In una ex tomba rotonda molto grande hanno addirittura creato un disegno con le ossa messe a stella, al centro e attorno dei teschi, poi un'altra stella di ossa e così via. C’è un che di inquietante in tutto questo. Era dai campi di concentramento cambogiani che non mi imbattevo in tante ossa. Anche là le diverse parti dei corpi erano state separate, ma con uno scopo ben preciso: classificare età, sesso, caratteristiche dei giustiziati, per far più chiarezza in quel capitolo così buio della loro storia. Qui lo scopo è puramente estetico. Inquietante. Ho ritrovato i teschi in una chiesa, dove vengono venerati in quanto crani dei loro santi peruviani. Una signora americana mi ha mostrato poi la foto di teschi e ossa esposti nella cattedrale, dove non sono stata. Insomma, è una vera e propria mania. La città è stata sede dell’inquisizione spagnola e c’è un piccolo museo, sul luogo dove si era insidiata, dove vengono mostrati strumenti di tortura e prigioni. Ne sono state ricreate le rappresentazioni utilizzando statue di cera che mostrano i prigionieri nell’atto di tortura. Lo stesso meccanismo è stato utilizzato nella Huaca di Miraflores, un’antica piramide celebrativa, trasformata poi (guarda un po’) in cimitero. Questo è il sito più antico da me visitato dall’inizio del viaggio, risale al 200 d.C. Gli antichi abitanti di Lima qui tenevano i banchetti in onore dei loro dei più importanti, la luna e il mare, mangiando carne di squalo e… compiendo sacrifici umani. Le vittime erano donne, tra i 12 e i 25 anni. La cosa qui tremenda è che non venivano semplicemente uccise, ma venivano torturate prima. Mutilavano i piedi, le colpivano con le pietre, dopodiché le decapitavano. A quanto pare il semplice sacrificio non bastava. I sacrifici continuarono poi anche quando il sito fu trasformato in luogo di sepoltura. Le tombe qui erano quelle dei nobili, delle persone importanti. Accanto ai corpi mummificati non sono stati trovati solo oggetti preziosi e offerte agli dei, ma anche corpi di neonati: questi venivano uccisi e lì sepolti per far compagnia agli adulti. Tremendo.
A Lima la terra trema. Non come a Valparaiso, con quel terremoto non ci sono confronti. Comunque l’ho sentita agitarsi almeno tre volte, sebbene brevemente e in forma leggera. Ma i terremoti distruttivi sono molti anche qui, ennesimo luogo dove chiese e palazzi vengono costruiti più e più volte, in quanto devastati ripetutamente dalle catastrofi naturali. Ormai, quando entro in un edificio, mi viene automatico cercare, tra le prime cose, il cartello onnipresente che indica il punto più sicuro dove rifugiarsi in caso di terremoto. Non so come possano conviverci, con la consapevolezza che prima o poi ne arriverà un altro e dovranno cominciare da zero.
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