Non credo di riuscire a parlare di Arequipa in maniera imparziale. Non so perché, ma mi ha attirato da sempre, ho sempre sentito sarebbe stato un posto dove mi sarebbe piaciuto stare. Di conseguenza, quando vi sono arrivata, già ero contenta di esserci. E…. sarà stato il mio umore positivo, ma non mi ha delusa! Eppure di solito le grandi città non mi prendono più di tanto e questa è la seconda del Perù, per quanto rimanga comunque ristretta, con i suoi 800.000 abitanti. Ma alla fine l’atmosfera che vi si respira è tranquilla, piacevole, composta e meno turistica rispetto a Cusco. Inoltre… mi sono resa conto di amare davvero i vulcani! Mi piacciono moltissimo. Le loro forme coniche, le cime innevate, non smetterei mai di guardarle e il vulcano Misti, sullo sfondo della città, le da un tocco magico. La chiamano “Città Bianca”, ma, per quanto chiese ed edifici siano costruiti con il sillar, la pietra bianca estratta dai vulcani che la circondano, non si merita questo epiteto quanto Sucre. Tuttavia le sue strade sono pulite, ordinate, belle, e in qualche modo mi ha riportato le belle sensazioni provate nella cittadina boliviana.
Questa città è stata vittima di innumerevoli disastri che l’hanno distrutta più e più volte, tra eruzioni e terremoti. Ogni volta si sono ritrovati da capo, a ricostruire, a rimettere a posto. Eppure alcuni edifici coloniali del XVII secolo sono sopravvissuti e sono uno spettacolo, con il loro misto di arte spagnola con elementi sudamericani. Il convento di Santa Catalina è una città nella città: un susseguirsi di vicoli, di “celle”, di chiostri pieni di fiori e talvolta fontane. Un luogo pacifico e allo stesso tempo assurdo, perché quando si pensa a un convento non si pensa certo a un luogo così lussuoso. Il convento era infatti il convento delle ragazze di buona famiglia: ognuna aveva la sua stanza, il suo salotto, con divani eleganti, porcellane costose, la cucina e a volte anche la stanza per la servetta. E naturalmente, anche qui, le chiese, molto più sobrie ed eleganti di quelle di Cusco, ma soprattutto vive, in ognuna si celebravano battesimi, matrimoni, purtroppo anche un funerale. Nelle piazze i bambini giocavano con i piccioni, un signore su una panchina aveva con sé la sua macchina da scrivere e dattilografava i documenti per le signore e signori che si sedevano accanto a lui, i soliti lustrascarpe fermavano gli uomini e, mentre questi leggevano i giornali, svolgevano il loro compito alla perfezione. È piacevole passeggiare in un luogo così, riposante, fermarsi a parlare, dopo un’ottima bistecca di alpaca, col proprietario del locale, esperto di cucina pre-inca, che è nato come pubblicitario ma poi si è dedicato alla passione insegnatagli dalle madre, che ora sta per pubblicare un libro e mi ha fatto fare un giro in questa cucina in cui il profumo emanato dalle pentole di terracotta era qualcosa di fantastico e faceva venire l’acquolina in bocca.
Arequipa è infine la città di Juanita, una bambina scoperta solo 17 anni fa, ma vissuta nel 1500, conservata gelosamente dal vulcano Ampato, che sotto i suoi ghiacci l’ha custodita finché, l’eruzione del vicino Sabancaya, li aveva sciolti, portando in superficie le tombe di 4 bambini, sacrificati al vulcano per evitare la sua furia. Juanita è stata la prima a essere trovata, la meglio conservata. Una bambina di 12-14 anni, perfetta, come perfette dovevano essere le vittime sacrificali. Venivano scelte dalla nascita: i bimbi più belli, più intelligenti, i migliori. Venivano inviati in una scuola speciale, dove venivano cresciuti per esaltare le loro qualità e per prepararli al meglio al sacrificio. Quando giungeva il momento, dovevano intraprendere il lungo cammino per la città di Cusco, per essere presentati all’Inca e per i festeggiamenti in loro onore. Dopodiché, con le loro vesti migliori e delle scarpette di cuoio e paglia, tornavano indietro e si preparavano a scalare il vulcano. Tutto a piedi, al gelo, in un rito che durava mesi. Alcuni bambini morivano prima, assiderati, anche perché venivano tenuti quasi a digiuno, per far sì che il veleno fatto bere poco prima del colpo finale avesse più effetto. I bambini avevano paura, ma erano onorati del loro destino: stavano per diventare divini come l’Inca, il loro era un privilegio. Juanita era una bambina forte, è resistita fino all’ultimo. Dentro il suo corpo ghiacciato hanno ritrovato tracce del veleno e una frattura sulla testa è testimonianza del colpo mortale. Dopodiché è stata seppellita, con accanto oggetti preziosi, ad accompagnarla nella nuova vita e come offerte verso il dio vulcano. Ora è conservata in città, all’interno di una teca refrigerata che mantiene il suo corpo mummificato e lo mostra perfettamente, se non per quelle parti che, nelle 2 settimane in cui è rimasta esposta al sole sulla cima del vulcano, prima di essere trovata, si sono bruciate al contatto con l’aria. Ci fa scoprire un qualcosa in più di quel popolo non così antico, ma assolutamente misterioso, distrutto dalla fame di ricchezza degli spagnoli, vissuto nello stesso periodo in cui da noi riti e civiltà erano completamente diversi. Non hanno lasciato scritture, testimonianze di facile lettura, ma una ventina di corpi sacrificali, sparsi sulle montagne andine, che hanno saputo raccontarci molto più di quanto fosse possibile capire fino a qualche anno fa.
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