È mentre attraverso in treno la Valle Sacra, costeggiando il Rio Urubamba, con i polpacci a pezzi e la stanchezza della pazza mattina in corpo, che, vedendo dal basso le montagne e i sentieri che mi hanno fatto compagnia negli ultimi giorni, la testa mi si riempie di immagini, una diversa dall’altra, e mi sento invasa da una forte emozione ripensando a ciò che ho appena avuto l’onore di vivere, che forse fino a quel momento non ho appreso appieno. Giornate così piene, così diverse, così ricche, che non fai neanche in tempo a fermarti a pensare a ciò che stai facendo, ma che poi ti investono violente nel momento in cui ti fermi a pensare e ti riempiono il cuore di quella energia e di quella magia che ti dicevano avresti provato, ma che fino a quel momento non riuscivi a capire. Il Cammino Inca è un cammino spirituale, caratterizzato da una natura viva, animata, carica. È magnifico.
Giorno 0.
Il mio Cammino Inca comincia un giorno prima rispetto agli altri. La mattina mi reco nell’agenzia con cui ho prenotato il tutto, ancora ad ottobre, per assicurarmi un posto per questo trekking i cui 500 permessi al giorno vanno a ruba con mesi e mesi d’anticipo. È stata la prima cosa che ho prenotato di tutto il mio viaggio. Conosco il resto del gruppo alla riunione introduttiva: sono una sorella e fratello newyorkesi, la fidanzata e il migliore amico di lui, quest’ultimo di Boston. Hanno un anno in meno di me, a parte la sorella, di 4 anni più piccola. Ci illustrano il percorso, il programma, si assicurano che abbiamo tutto il necessario alla nostra sopravvivenza a questi quattro giorni immersi nella natura, dove le regole ferree del governo impediscono qualsiasi intervento dall’esterno anche in caso di emergenza e si può contare solo su se stessi e… beh, la guida e la squadra di porter che di fatto si prenderanno cura di te in tutto e per tutto durante il trekking. È proprio per conoscere meglio quest’ultimi che decido di lasciare Cusco il giorno prima, mentre i miei compagni preferiscono il comfort di una stanza d’albergo per cominciare più freschi il cammino.
È mezzogiorno, l’appuntamento con la mia guida personale per quella notte è alle 13.15. Mi faccio consigliare un posto dove mangiare nelle vicinanze. È domenica, la maggior parte sono chiusi, ma trovo un localino aperto nella via affianco e mi infilo. Sulla lavagnetta fuori sono indicati i 3 piatti del giorni tra cui scegliere, ci sono le Papas Ripiene, è da Sucre che voglio provarle. Entro e tutti li sguardi peruviani, dalla tv che mostra la partita, si girano verso di me. È decisamente inusuale vedere uno straniero in quel posto. C’è un tavolino libero, mi siedo. Le persone che mi circondano sono diversissime le une dalle altre: c’è una coppia di anziani, una di giovani, una famiglia con un bimbo piccolo, un paio di uomini di mezza età da soli. Si rimettono a guardar la partita, solo la signora anziana, guardandomi, dice qualcosa in quechua al marito. Senza chiedermi nulla mi portano una zuppa di orzo, verdure e patate. La stessa zuppa è servita a ogni tavolo. Quando sto per finire la ragazza del locale mi chiede cosa voglio dei tre piatti principali, ordino le mie papas. Nel frattempo nel locale entra un altro uomo, i tavoli sono pieni, si va a sedere a quello di un uomo solitario. Poco dopo ne entra un altro. Si avvicina, mi augura buon appetito, si siede al mio tavolo. Nel giro di pochi minuti arrivano altre persone, che si siedono così, ai tavoli insieme agli altri, in poco tempo tutte le sedie sono occupate. È il loro pranzo domenicale e si trasforma in un momento di condivisione, davanti a un buon piatto. Insieme alle papas mi portano un bicchiere di chicha, la loro birra artigianale fatta con il mais, buona. Si fanno presto le 13.10, mi alzo, vado a pagare. 4 soles. Poco più di un euro. Per un pranzo dove, da perfetta straniera, mi sono poi sentita di casa.
Mi incontro con la mia guida, il passaggio che dovevamo avere per il villaggio è saltato, dobbiamo prendere degli autobus locali. Il primo percorso di 40 minuti è su un minibus dove prendo gli ultimi 2 posti rimasti sul fondo. Come sulla strada per Cusco, salgono delle donne a vendere gelati fatti in casa e altri cibi. La mia guida mi chiede se è la prima volta che salgo su un bus così e si stupisce a vedermi a mio agio. Arriviamo al paese dove dobbiamo cambiare autobus. Ci dovrebbe raggiungere lì il porter che mi ospiterà a casa sua, di ritorno dall’Inca Trail precedente. Nell’attesa compro matite, temperamatite e gomme per i bimbi del villaggio. Andiamo a un’altra fermata di bus, saliamo su un furgoncino, ma è strapieno. Delle signore mi fanno spazio per sedermi tra le loro gonne, sul sedile davanti, dietro il conducente, voltato al contrario. Questo bus-furgoncino è sicuramente ancora più locale di quelli presi finora! E sicuramente su quello non hanno mai visto una straniera. Ma non mi guardano male. Mi guardano con simpatia, incuriositi sul cosa ci faccio su un bus che va al loro villaggio. Commentano tra di loro osservandomi, ridendo, probabilmente chiedendosi come si sento lì in mezzo a loro, in quel catorcio. Il porter non è ancora arrivato, la mia guida chiede al conducente di aspettarlo. Il conducente lo conosce, comincia a uscire dal parcheggio ma lo aspetta. Ed eccolo lì, arrivare dopo 4 giorni di cammino, apparentemente fresco, come se fosse stato in vacanza, nonostante i 25kg portati sulle spalle ogni giorno, correndo abile tra quei sentieri, con i piedi neri, sporchi, con solo dei sandali addosso nonostante la difficoltà e il freddo del cammino. Il suo nome è Rosindo, ma è chiamato Condor, perché è il più veloce, il più forte, il migliore. Ha 61 anni, è il capo del gruppo. Si scambia un po’ di battute con il conducente, capisco di essere ancora una volta l’oggetto della conversazione, perché gli altri passeggeri mi guardano e non riescono a trattenere le risate. Ma i loro sguardi sono così aperti, amichevoli, che io pure rido. Il furgoncino comincia a percorrere una strada sterrata, in salita, piena di tornanti. Finché, dopo una ventina di minuti, si apre una splendida vallata insieme a noi, fatta di campi di grano e di patate, con casolari sparsi qua e là e montagne attorno. Ogni tanto il furgone si ferma per far scendere qualcuno, che si intrufola nel grano alto diretto sicuro alla propria casa. Tutti si conoscono. Noi scendiamo all’ultima fermata, nella piazza del villaggio. Ma la casa di Condor non è lì, percorriamo 1 km in mezzo ai campi prima di raggiungerla. Entriamo nel cortile, dove stanno 2 cani, 3 mucche e diverse pecore. Da una parte c’è la casa, con il lavabo nel cortile, il piano terra è un deposito, al piano di sopra c’è la stanza da letto. Dall’altra parte del cortile c’è un’altra stanza, piena di pelli di pecore, con un letto e un tavolo. Mi fanno appoggiare lì le mie cose, credo sia il posto dove dormirò. E poi c’è un’altra porta che conduce alla cucina. Se la cucina di Sunil, in India, era spartana, lo era sicuramente molto meno di questa. Da una parte la moglie di Condor aveva acceso il fuoco e rimestava un pentolone, sui lati c’erano delle panche, dall’altro lato era pieno di cuy, i porcellini d’India che rappresentano il piatto più pregiato del Perù, che vengono tenuti come animali domestici e poi uccisi e mangiati per occasioni importanti. Se ne stanno in cucina tutto il tempo, a sgranocchiare i resti delle verdure, a squittire e a ingrassare per essere più buoni quando verranno mangiati. C’è anche un forno nuovo, con un camino moderno. Il governo, lo scorso anno, ha deciso di finanziare forni per tutte le case del villaggio. Ma loro non lo usano, preferiscono la vecchia maniera, ovvero un semplice fuoco, la cucina piena di fumo e la porta aperta per arieggiare. Tanto le pareti sono di paglia, il fumo può fuoriuscire anche dal soffitto, ormai nero. Mi servono la loro chicha fatta in casa: squisita. Condor comincia a spelare fagioloni, tipo fave, lo aiuto assieme alla guida. Nel frattempo la moglie ha bollito delle patate, ce le da per merenda insieme a del formaggio fresco. Sono buonissime! Si sta facendo tardi e il tramonto si avvicina, usciamo fuori nei campi, per raccogliere altre patate per la cena. Condor zappa, io raccolgo le patate. Nel frattempo si fa buio, ci rimettiamo a camminare per i campi, per tornare indietro, con le poche luci della vallata che si accendono. Condor è velocissimo, quella è la sua vita, la guida sembra faccia ancora più fatica di me a stargli dietro. E il paesaggio è spettacolare e io mi sento di star vivendo qualcosa di unico. Rientrati in casa la guida mi chiede se voglio provare a pelare le patate. Certo che lo faccio, sono qui per aiutare! All’inizio però non colgo il significato di quel “provare”, finché la guida non si mette a spiegarmi come pelare le patate. Lo guardo forse male. Per chi mi ha preso? E mi chiede “Come ti sembra?”. Scopro che credeva che da noi le patate si vendono già pelate. Va bene tutto, ma questo è troppo! Rimango disturbata. Si stupisce quando vede che so farlo, anche perché in quel posto una donna viene considerata da sposare se sa pelare bene le patate, togliendo solo la buccia, e io so farlo. Non se lo sarebbe mai aspettato. Io non avrei mai potuto pensare che si potesse avere un’idea tanto viziata di noi. Finiamo e dopo una mezz’oretta la cena è pronta: una buonissima zuppa di patate, fagioli, formaggio e altri legumi, ne basta un piatto per riempirmi tanto è ricca. Quando finiamo veniamo raggiunti da altri 2 porter, che verranno pure con me nei giorni seguenti. Mettono su la musica, ballo a turno i loro balli tradizionali con ognuno di loro, attorno al fuoco, con i porcellini d’India affianco. Che sensazioni, che emozioni. Sono le 9, è ora di andare a letto. Il bagno, alla turca, è fuori dal recinto della casa. Posso scegliere se dormire già in tenda, ma di starmene là fuori, da sola, non mi va, inoltre mi dicono che c’è un letto per i visitatori, dentro, al caldo, e decido di approfittarne un ultima notte. Non è però quello iniziale visto, lì ci sta la guida. Io vengo portata nella stanza della famiglia, dove i bimbi stanno facendo i compiti prima di andare a dormire. Mi lasciano di fatto uno dei 3 letti, mentre loro (moglie, figlia adolescente e 2 bimbi) si dividono gli altri 2. Condor non viene, rimane in cucina con gli altri due porter, che la mattina sono ancora lì. Mi sono distesa così con il mio sacco a pelo su un letto senza materasso ma fatto di coperte, una sopra l’altra, con loro, nella stanza che usano per qualsiasi cosa. Mi addormento dopo un po’, fino a che, alle 4.30, le galline cominciano a cantare e la vita in casa si risveglia. Alle 6 c’è la colazione: patate, formaggio e succo di fagioli. Alle 6.30 i bambini si preparano ad andare a scuola, chiamano i loro compagni che vengono felici a prendere le loro matite. Alle 7 arriva il bus con gli altri ragazzi e la guida dell’Inca Trail e, aspettando gli ultimi porter per poi partire e raggiungere l’inizio del trekking, viene offerta loro la colazione, che però rifiutano, troppo diversa dai loro standard. Ma che esperienza si sono persi! Dopo poco arrivano gli ultimi porter, siamo pronti a partire: noi 5, la nostra guida, un cuoco, un aiuto cuoco, 7 porter.
Giorno 1
Arriviamo al km 82, punto di partenza dell’Inca Trail. Organizziamo gli zaini e tutto, i porter ci pongono la merenda, ci prepariamo a passare i controlli. Noi del passaporto, per essere sicuri che siamo le persone giuste, i porter per pesare le loro borse, che non devono superare i 25 kg di peso. Nei nostri zaini abbiamo lo stretto indispensabile per la giornata, il resto, tende, materassini, gas per cucinare, cibo, fornelli, lo portano loro. Siamo tra gli ultimi, gli altri gruppi sono quasi tutti partiti. Percorriamo i primi 7 km in 2 ore circa: il percorso costeggia il fiume, è piano, piacevole e tranquillo. Antonio, la nostra guida, comincia a spiegarci le prime varietà di orchidee che crescono in questa zona e la sua flora varia, oltre che a mostrarci, da lontano, il primo sito Inca che si avvista nel percorso. Dopo una mezz’ora vediamo una ragazza che torna indietro nel percorso, all’inizio avevo visto uno zaino abbandonato, penso che magari se lo è dimenticato e sta tornando indietro a prenderlo. Alle 13.30 arriviamo al luogo designato per il pranzo: i porter ci stanno aspettando con le tende della cucina e della sala da pranzo allestite, con un succo da versarci nei bicchieri e bacinelle d’acqua con accanto il sapone per lavarci le mani. Cominciano a servirci il pranzo: avocado ripieno di verdurine, una zuppa, cosce di pollo accompagnate da diversi contorni, mate di coca. Sono esterrefatta: sto facendo un trekking nel mezzo della natura o sono in un hotel a 5 stelle? Ho poi scoperto essere entrambe le cose. I porter sono davvero fantastici, si prendono cura di te, ti coccolano, ti fanno stare bene. Ma comunque rimane il senso di avventura e bellezza di essere in mezzo al nulla, il fascino della natura. È tutto perfetto. Dopo pranzo ci rimettiamo in cammino, ci aspettano altri 4 km prima di raggiungere Wayllabamba, dove passeremo la prima notte. Passiamo un altro sito Inca, una fantastica città osservabile dall’alto, che comincia a farci capire la grandiosità dei siti che stiamo andando a scoprire. Sulla strada passiamo affianco a una ragazza che piange disperata, con la testa tra le mani, ripete che non può farcela. Allora Antonio ci spiega che anche la prima ragazza incontrata, che tornava indietro, non era perché aveva dimenticato qualcosa, ma perché aveva deciso di rinunciare al trekking. Capita sempre. Una buona parte di chi comincia l’inca Trail ci rinuncia strada facendo, perché si rende conto di non aver la forza di poterlo fare. Eppure, il primo giorno era davvero il più semplice! Ma gli altri ragazzi mi dicono in particolare che gli americani, abituati a poter far tutto nel loro paese perché tutto è effettivamente facile, pensano che sia lo stesso ovunque nel mondo, poi si trovano davanti a situazioni che non sanno come affrontare. Quando arriviamo, al tramonto, i porter ci accolgono con una bacinella d’acqua calda, per lavarci, e l’happy hour pronto nella sala da pranzo. Tè e pop corn caldi, appena preparati. Rimaniamo lì, noi ragazzi e Antonio, a parlare, in attesa della cena. Antonio ci racconta storie di fantasmi di quelle montagne, che ci assicura essere vere, mi legge il futuro nelle foglie di coca (ma non mi è sembrato molto affidabile), arriva poi un‘altra deliziosa cena. Alle 9 ci si ritira nelle tende, il giorno dopo la sveglia è alle 5.30.
Giorno 2
Il giorno 2 è considerato il giorno più difficile del trekking. Dai 3.000 metri di altezza dell’accampamento si raggiunge, in 5 ore e mezza, il primo passo, a 4.200 metri, dopodiché si scendono infiniti gradini per tornare a 3.636 metri, dove si trova l’accampamento per il pranzo e la notte. In tutto sono 12 km.
Ancora una volta le galline, vicino all’accampamento, cominciano a cantare alle 4.30, ci svegliamo così un’ora prima del previsto. Aspettiamo però nei nostri sacchi a pelo il buongiorno dei porter, che ti portano un’altra bacinella d’acqua calda e mate di coca. Facciamo colazione e alle 6.30 partiamo. Dopo un’ora raggiungiamo il primo traguardo. Antonio si raccomanda di non camminare velocemente, ma di mantenere un passo tranquillo e sicuro, senza fermarci con il fiatone, cominciamo a masticare foglie di coca per l’altitudine e per darci forza nella salita. Seguiamo i suoi consigli, superiamo tutti i gruppi, arriviamo per primi al passo, dove veniamo sorpresi da un vento gelido, il cielo è però aperto e Antonio ci dice che siamo fortunati. Scendiamo poi per 2 ore fino all’accampamento, affamati e stanchi. Siamo però pieni di entusiasmo, non vogliamo fermarci. Antonio ci dice che se vogliamo possiamo procedere e raggiungere prima del tramonto l’accampamento previsto per il pranzo del giorno successivo. Decidiamo per questa opzione, anche altri 4 o 5 gruppi decidono di fare lo stesso. Ci rimettiamo così in cammino, altri 5 km e un altro passo ci aspettano. Risaliamo altre scalinate per 2 ore, per raggiungere nuovamente i 3.900 m. In cima piove, siamo immersi dalle nuvole. Cominciamo l’ultima discesa della giornata, che in un’ora ci porta al campo di Chakicocha, a 3.500m. Sulla strada passiamo altri due siti Inca, che però sono purtroppo immersi nella nebbia. Il secondo in particolare stavamo per perdercelo, gli altri ragazzi erano a pezzi e non volevano salire le ulteriori scale per raggiungerlo, ma meno male un gruppo che scendeva ha detto che era imperdibile e si sono convinti a seguirmi. Ne è valsa la pena!
Quando siamo arrivati alle tende era ormai buio. Ci siamo tolti gli abiti bagnati e ci si siamo raccolti nuovamente attorno ai pop corn caldi, questa volta ci aspettavano storie d’amore dell’epoca passata. Antonio ci fai complimenti, non gli capita spesso di trovare gruppi che vanno così bene, sono poche le volte che non si ferma al primo accampamento. Per premiarci la mattina seguente ci viene concessa un’ora in più di sonno: la sveglia è alle 6.30, anziché 5.30.
Giorno 3
Nella notte piove forte e quando ci svegliamo siamo ancora in mezzo alle nubi. Ma mentre facciamo colazione il cielo si apre e ci permette di vedere lo spettacolo delle vallate che ci circondano, immense, bellissime. Ci mettiamo in cammino per l’ultimo passo, l’ultima salita della giornata. Non è molto alto, è a 3.640 metri. Lì ritroviamo le nuvole e il freddo, ma poi cominciamo la discesa di 2.000 gradini, perfettamente ricavati nella roccia, e, arrivati a 2800 metri, il cambio è incredibile. La vegetazione si trasforma, entriamo nella foresta pluviale, compaiono i mosquitos, piante e fiori sono tipici di un clima subtropicale. Superiamo dei tunnel scavati nella roccia, giriamo un angolo e veniamo colpiti da una corrente d’aria calda. Di colpo sembra di essere in un altro mondo. Il sole è tornato, le vallate sono libere. In lontananza vediamo i 2 siti che visiteremo più tardi, i più incredibili a mio avviso di tutto il Cammino. Si arrampicano sulle pendenze della montagna, perfetti, imponenti, bellissimi. Come riuscivano a creare tali bellezze?? Sotto si scorge la Valle Sacra, il fiume dal quale siamo partiti. Sentiamo il fischiare del treno in lontananza. È strano, dopo soli 2 giorni e mezzo a contatto con la pura natura siamo riusciti a dimenticare i suoni della civiltà e sentirli nuovamente ci fa venir voglia di riscappare lontani, per non interrompere la magia di quei luoghi appartenenti al passato e capaci di riportarci indietro nel tempo. Ormai incontriamo poca gente sul sentiero e sempre gli stessi, gli altri sono rimasti tutti indietro. Visitiamo così la primo sito abbandonato quasi da soli, con assoluta calma, sedendoci e rimanendo in silenzio per sentire solo il suono del vento, per lasciar vagare la mente, per lasciar penetrare in noi l’energia del luogo. Poi in lontananza scorgiamo le nostre tende: i porter sono già là, è tutto pronto, ci aspettano per pranzo. Compiamo l’ultimo chilometro della mattinata e giornata. Antonio decide di farci un ulteriore proposta, ce la meritiamo: conosce una cascata vicino alla città che stiamo per andare a visitare, possiamo metterci in costume e lavarci sotto di essa. Ma non dobbiamo farlo sapere alle altre persone, deve rimanere un luogo nostro. E così, dopo il secondo magnifico sito, ci avviamo in questo luogo segreto e finalmente, dopo tutti i giorni passati, possiamo lasciar scorrere l’acqua sui nostri corpi stanchi. In verità è questione di un attimo, l’acqua è gelata. Ma è splendido, siamo felici. Probabilmente gli stessi Inca si recavano a bagnarsi qui in passato e ora quel posto è lì, tutto per noi. Un salto d’acqua di 30 metri, forte, rigenerante. Cosa si può volere di più? È tutto perfetto, splendido, incredibile. Che avventura. Mentre torniamo all’accampamento incontriamo sulla strada i nostri porter, stanno scendendo i ripidi scalini della seconda città. I loro occhi sono come quelli dei bambini, sono felici, ci salutano, scherzano con noi. Poi riprendono a scendere, toccano le pareti degli edifici come se fossero oro, con un sentimento che forse solo loro, con le loro origini, possono capire. Chiedo ad Antonio se stanno andando anche loro alla cascata ma ci dice che no, stanno semplicemente visitando per la prima volta il sito. Generalmente arrivano all’accampamento tardi, ma avendo anticipato i tempi si sono ritrovati con il pomeriggio libero. È per me uno dei momenti più intensi dell’avventura. Vedere quegli uomini così fantastici, che lavorano tutto il tempo come dei matti per noi, che apprezzano più di qualsiasi altra persona quei luoghi è meraviglioso. Raggiungiamo le tende dove ci aspetta l’ultimo happy hour e per festeggiare ai pop corn si aggiungono una torta e delle frittelle di banane. È giunto il momento di far il punto fino a quel momento: condividiamo i nostri sentimenti, pensieri, Antonio ci dice i nomi che ha pensato in Quechua per noi. Io sono Munay Tika, “beautiful flower”. Prima di andare a letto ci fermiamo a vedere le stelle, luccicanti nel buio più completo. Da qualche parte i Re Inca ci staranno guardando.
Giorno 4
La sveglia è alle 3, vogliamo essere i primi a raggiungere il cancello per l’ultima parte di trekking, quella che ci divide dal Inti Punku, il Sun Gate da cui è possibile godere della vista di Machu Picchu nella sua interezza e grandiosità. Siamo lì alle 3.52 e sì, ce l’abbiamo fatta, siamo i primi. Dopo una decina di minuti arriva un secondo gruppo, poi un terzo, le loro guide sono stupite di essere state precedute. Pian piano arrivano anche gli altri, la fila è incredibile. I cancelli aprono alle 5.25. Controllano un’ultima volta il passaporto e.. si parte!! Ripensandoci non so dove ho trovato la forza per fare quello che ho fatto, dopo essermi svegliata così presto e dopo tutti quei giorni di cammino. Con la pila in testa, abbiamo cominciato a correre nel buio, scendendo e salendo scalini di roccia, saltando ostacoli, percorrendo il più veloce possibile il sentiero di montagna. Dovevamo arrivare all’inti Punku in tempo per vedere il sole spuntare dalle montagne e illuminare Machu Picchu. A un certo punto non ce la faccio quasi più, sono la prima del gruppo. Davanti a me vedo dei gradini ripidi, Antonio ci aveva parlato dei Gringo Killer, 58 scalini talmente pesanti da non lasciare scampo. Tengo duro, superati quelli è fatta. Almeno è quello che penso. Arrivo su a pezzi, ma Machu Picchu non è lì. Arrivano anche gli altri, più un ragazzo che corre peggio di noi e ci supera. È l’unico che ci riesce. Ci facciamo forza, manca poco. E alle 6.03 eccoci, siamo lì su e ci liberiamo con un grido di vittoria, di stupore, di felicità. Ce l’abbiamo fatta. We did it! 45 km di trekking, attraversando passi, foreste, siti archeologici. Nel tepore, nel gelo, nella pioggia, al buio. Così, allo stesso modo in cui gli Inca percorrevano lo stesso percorso 500 anni fa. E lo spettacolo che si apre davanti a noi è solo nostro e dell’altro ragazzo che vi è arrivato con noi, con cui abbiamo cominciato a festeggiare, a ridere. Le montagne si sono tinte di rosa, pian piano il sole è venuto fuori. Ci è voluta quasi un’ora prima che illuminasse completamente la città perduta, nel frattempo anche altri sono arrivati, però nessuno ha avuto l’onore del nostro stesso spettacolo, con nessuno dentro al sito. Con calma lo abbiamo raggiunto, ma prima ci siamo fermati presso la pietra in cui gli Inca ponevano le loro offerte a Pachamama prima di entrare nella città sacra. Avevamo anche noi la nostra offerta: all’inizio del percorso, il primo giorno, Antonio ci aveva fatto raccogliere delle pietre, delle pietre che erano sempre state lì, in quei luoghi, impregnate della loro forza. Hanno compiuto con noi tutto il Cammino e adesso era giunto il momento di salutarle, di ridarle alla loro terra, ma impregnate delle nostre emozioni e dei nostri pensieri. Abbiamo passato più di 2 ore a vagare per i templi, le case, i luoghi sacri di Machu Picchu. Ogni singolo passaggio ha un significato particolare, è incredibile. Poi, distrutti ma ancora non saturi dell’esperienza, ci siamo avviati verso la nostra ultima meta: Huayana Picchu, il monte che sovrasta la città. 40 minuti di scalini ripidissimi che ci hanno permesso di scalarlo fino alla vetta, per vedere ancora una volta, bellissima, la magica cittadina inca. Al ritorno eravamo morti, ma in pace col mondo. Avevamo fatto tutto quello che volevamo fare, nel modo più completo.
Prima di lasciare il sito ci siamo fatti timbrare il passaporto, come all’inizio dell’Inca Trail, per non dimenticare mai queste splendide giornate. Con il bus siamo scesi ad Aguas Calientes, abbiamo pranzato a ristorante, abbiamo atteso il treno che in 3 ore e mezza ci ha riportato a Cusco. La maggior parte dei passeggeri erano venuti in giornata o con altri trekking. E parlando con loro ci siamo resi conto che non era lo stesso, non avevano provato le nostre stesse emozioni, si erano persi qualcosa di grandissimo. Ecco perché l’Inca Trail vale la pena, nonostante debba essere prenotato con mesi d’anticipo, nonostante sia così caro. Perché è magico, fantastico, non solo per i paesaggi che ti offre ma per il modo in cui ti cambia dentro.
|
Advertisement
|