In realtà questa città, all’arrivo degli spagnoli nel 1532, era tutta d’oro. Con l’oro gli Inca avevano ricoperto i muri dei templi, scolpito statue di animali poste nei giardini, costruito la capitale del loro impero, che doveva essere qualcosa di davvero spettacolare e incredibile. Ma agli invasori sono bastati pochi anni per saccheggiarla di tutti i suoi tesori e per trasformarla, col tempo, in una città di poco valore e quasi dimenticata, almeno fino a quando, nel 1911, non vi è stata scoperta affianco la magnifica città perduta di Machu Picchu.
Sono arrivata in questo luogo di montagna (a un’altezza inferiore rispetto al solito, a 3.300m, ma qui sì si vedono le montagne e un paesaggio tipico montano, al contrario degli altri posti) dopo un lunghissimo viaggio in un altro bus locale, reso ancora più difficile dalle febbre e dai sussulti continui che non giovavano al mio mal di testa. Ma ancora una volta non mi son pentita di viaggiare economica, tra 6 e 8 ore diurne la differenza non mi è sembrata tanta, soprattutto perché in alternativa sarei stata costretta a letto, e le cose viste… non le avrei volute perdere! Questa volta non ho avuto un incontro indimenticabile, ma ho assistito a scene di vita quotidiana da bus davvero singolari. L’autobus parte, pieno di gente, come al solito sono l’unica “bianca”. Primo stop: sale un uomo in giacca e cravatta, molto distinto, apre la valigetta, tira fuori un microfono. Immagino sia della compagnia dell’autobus, invece ci racconta che lavora per una comunità e ha necessità di raccogliere fondi. Organizza al volo una specie di tombola: chi vuole partecipare deve fare un’offerta, riceve una schedina, mette in palio un premio (frutta, verdura, prodotti da toeletta, una qualsiasi delle cose che hanno nelle loro borse), dopodiché cominciano a giocare e chi realizza un certo risultato riceve uno dei premi messi a disposizione dagli altri partecipanti. Un modo decisamente originale per raccogliere fondi e intrattenere un bus! Secondo stop: l’uomo della comunità scende, ne sale un altro, questa volta vestito normale. Comincia a parlare del luogo dove ci stiamo recando, Cusco, dopodiché comincia a cantare canzoni d’amore per la città e per il Perù. Alla fine gira tra le sedie, raccoglie le offerte, si prepara al prossimo stop. È l’una nel frattempo e da questo momento le fermate diventano culinarie. Terzo stop: salgono due donne, una con un sacco pieno di panini, l’altra con un enorme fagotto dei soliti che le donne portano in giro in Bolivia e Perù, realizzati avvolgendo le loro cose con i coloratissimi tessuti di queste parti. A volte contengono cibo, altre volte cianfrusaglie varie, spesso bambini piccoli, dei quali spunta solo la testa, coperta da buffe cuffiette, dietro le loro schiene. La donna appoggia il fagotto a terra, lo apre. Ci ficca la mano sinistra dentro e strappa pezzi di carne, con la destra prende un pezzo di carta assorbente, vi appoggia il pezzo di carne, lo mette dentro un sacchettino di plastica, vi aggiunge due patate. E così via, preparando sacchetti di cibo uno dietro l’altro. Non sono certa di cosa fosse, ma sicuramente era un pezzo unico di carne e dalle ossa grandi che ogni tanto si staccavano mi dava l’idea di essere una mucca o qualcosa di simile, ben cotta al forno o allo spiedo. Quarto, quinto, sesto, settimo stop: ancora panini, gelatine, cibi dalle forme incomprensibili. Queste donne si preparano, si mettono sulla strada, stanno sul bus il tempo di distribuire il cibo, poi scendono e probabilmente tornano indietro aspettando il bus successivo. Una cosa è certa: i passeggeri non vengono lasciati morire di fame. Comincio a pensare inoltre che i bus locali sono più sicuri degli altri: in questi paesi si parla di assalti, furti sui bus, pericolosità a viaggiare per le strade. Magari sono stata semplicemente fortunata, ma per ora è andato tutto bene. Effettivamente quando sono su un bus turistico, appena di ferma, si viene assaltati da venditori di souvenir, da bambini che chiedono le elemosina, in questi invece nessuno ti si appressa all’arrivo, perché non si aspettano di trovarvi uno straniero.
Arrivo a Cusco e come al solito nel luogo che odio di più in ogni mio spostamento: l’uscita dalle stazioni dei bus, quando i taxisti cercano di fregarti in tutti i modi chiedendoti cifre spropositate (come sempre si parla di cifre spropositate qui). C’è una guardia, chiedo consiglio su tariffe e taxi più affidabili. Naturalmente nessuno vuole portarmi all’ostello per la cifra indicata. Alla fine uno cede (o forse io cedo) per un sol in più. Ma ecco qui che viene fuori l’animo peruviano da cui ero stata messa in guardia: pensano solo ai soldi, cercano in tutti i modi di fregarti, siamo di nuovo in una specie di Vietnam (in verità, con mia somma gioia, scopro poi che questo atteggiamento è solo dei taxisti e non di tutti). Pago, ricevo il mio resto, vado a cena, tiro fuori il resto per pagare: i soldi ricevuti erano falsi. Il ristoratore, con una faccia desolata, mi spiega che i taxisti danno spesso i soldi falsi ai turisti come resto. Quindi questo mi aveva fatto un prezzo quasi corretto perché sapeva di guadagnarci in altra maniera. Con la mia febbre e il mio mal di testa me ne torno in ostello, amareggiata dal trattamento riservato talvolta agli stranieri e preoccupata di guarire il giorno dopo, in tempo per partire per l’Inca Trail.
Mi sveglio e sto meglio, la febbre se ne è andata, il mal di testa è rimasto ma in misura minore. Decido di prenderla con calma, devo rimettermi in sesto. Come al solito, non ne sono capace. Comincio a girare così per questa città, a risalire i suoi vicolini, a respirare un’aria decisamente troppo turistica, ma piacevole. La mia guida parla di chiese, chiese, ancora chiese. Comincio con quella del mio quartiere, San Blas, decisamente un luogo fantastico dove stare, attaccato alla Plaza de Armas, pieno di localini di tutti i tipi, di musica, di vita. Entro nella chiesa e rimango esterrefatta: da fuori è piccola, sobria, dentro è incredibile. Ne visito altre e il sentimento è sempre lo stesso: wow. Si dice che le chiese più belle siano in Europa, ma queste in realtà non hanno molto da invidiare, per quanto siano completamente diverse. Le nostre sono caratterizzate da affreschi, dipinti, marmi, soffitti particolari, vetrate colorate. Qui non c’è tutto ciò. Le pareti sono bianche, le colonne altrettanto, le strutture assolutamente semplici. Ma in ogni spazio si ergono altari, altari incredibili, in legno intagliato finemente, in puto stile barocco, ma, soprattutto, scintillanti, ricoperti completamente d’oro. Salgono fino al soffitto, si arrampicano su esso, creano una visione che toglie il fiato, fin troppo ricca. Nelle loro nicchie si ergono statue, ricoperte da abiti sontuosi, non belle e un po’ pacchiane, ma di cui i peruviani vanno molto fieri, tanto da esporle, trasportarle e venerarle a turno nelle loro processioni. C’è il Signore dei Terremoti, l’icona per loro più importante, che si dice sia stato l’artefice della fine del terremoto del 1650, quando, dopo averlo trasportato in piazza chiedendo che la terra smettesse di tremare, il miracolo avvenne e da allora ogni Pasquetta si tiene una super-processione e festa in suo onore. Devo cercare di capire qualcosa di più di questa storia, non mi è molto chiara, una cosa però è sicura: il terremoto durò quasi 9 minuti, un tempo infinito, rase al suolo la città, fu disastroso e il suo ricordo è bene impresso nei cuori dei cuscueni. Interessante è poi la statua di San Antonio da Padova nella Cattedrale. Si dice che il santo aiuti nel trovare un buon marito: la statua è circondata da decine e decine di bigliettini di donne, che chiedono di trovar l’uomo perfetto e lasciano anche il loro numero di telefono, nel caso lui abbia la persona giusta.
Come dicevo, dell’oro degli Inca però non è rimasto molto. Dell’antica capitale si ritrovano muri, pietre, un tempio. Si riconoscono i simboli della loro antica presenza, la gloria che fu, ma la maggior parte di tutto ciò è andato a scomparire, il centro si è riempito di agenzie turistiche, ristoranti, ostelli, negozi di souvenir, venditori ambulanti che ti fermano ad ogni angolo e ragazze che ti riempiono di bigliettini da visita di centri massaggi. D’altronde sanno che è ciò che hai bisogno una volta terminato l’Inca Trail: perché alla fine sono stata bene, il giorno dopo sono partita, ma quando sono tornata Cusco me la sono goduta in altra maniera. Concedendomi appunto un buon massaggio, sorseggiando un frullato di frutta fresca, godendo l’aria tiepida dalle panchine dell’enorme piazza, guardando le mille lucine che al calar del sole si accendono e la trasformano in un albero di Natale.
Mi è piaciuta, chi me ne ha parlato bene aveva ragione, tuttavia non ne sono rimasta conquistata, sarà che non stavo bene, sarà che a me i luoghi dove vedo solo facce a me simili mi sembrano più lontani da ciò che desidero.
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