Stesso lago, una distanza di poco più di 150 km. Eppure un altro mondo, almeno ai miei occhi. Mi è bastato passare il confine con il Perù per vedere alcune differenze. Innanzitutto, ciò che mai mi sarei aspettata: i tuk tuk. I tuk tuk?? Che ci fanno in Perù? Per un attimo mi sono sentita confusa, con tutti questi paesi non è la prima volta che credo di essere in un luogo ma in realtà sono in un altro. “Sono ancora in sud-est asiatico?” mi sono chiesta. Ma il timbro sul passaporto è inequivocabile. Poi la città di Puno. Magari è colpa mia, mi aspettavo un altro paese tipo Copacabana, sapevo che era molto meno affascinante dai commenti ricevuti da altri viaggiatori, ma credevo fosse comunque un piccolo luogo raccolto. Invece mi sono trovata davanti una grande città, moderna, decisamente con meno carattere rispetto ai luoghi appena visti in Bolivia.
In realtà però basta poco per lasciare dietro di sé negozi e ristoranti turistici ed immergersi in luoghi fuori dal mondo. In parte. Le isole galleggianti degli Uros sono solo a 5 miglia di distanza dal porto, si raggiungono facilmente. Questa tribù, secoli fa, decise di cominciare a vivere sulle acque del lago per scappare dagli attacchi degli Incas e dei Colla. Cominciarono così a raccogliere le canne di totora galleggianti, che lì crescono in abbondanza, e a costruire piattaforme, case e barche. Da allora la loro vita è rimasta tale, con gli uomini impegnati a pescare e a garantire la manutenzione continua dei loro villaggi e le donne a occuparsi dei figli e delle faccende di casa. E, naturalmente, dei turisti. Queste isole sono speciali, uniche, ma decisamente turistiche, troppo. Da vedere, perché navigare tra le loro case, comprendere il modo in cui sono costruite, le semplici regole della loro vita, vedere come delle canne possono essere la base della loro esistenza, utili non solo per costruire, ma anche per nutrirsi e curarsi, è decisamente interessante. Però, quando le donne ti invitano ad entrare nelle loro case per mostrartele, ma di fatto la visita si trasforma in un mercatino in cui cercano in tutti i modi di venderti i loro oggetti di artigianato, ti senti all’interno di un gioco delle conseguenze, ovvero io ti lascio vedere come vivo e so che ti interessa, ma tu in cambio devi comprare uno dei miei souvenir. Un’isola in cui tutte le barche portano, poi, è un vero e proprio parco turistico: hanno costruito un ristorante, una simil-banca, un supermercato, dei bagni pubblici e naturalmente dei negozi di souvenir. Quindi è bello, sì, ma allo stesso tempo abbastanza sconcertante.
Puno è naturalmente, come tutti i paesi del lago, culla di tesori di civiltà antiche, non manca la testimonianza del passato, ovvero dell’Impero che qui si è formato, sviluppato, estinto, l’impero Inca. Ma anche quello dei popoli che lo hanno preceduto e che, con le torri funerarie di Sillustani, hanno mostrato come questa zona sia stata una delle più abitate continuamente da sempre in Perù. A una cinquantina di chilometri di distanza dalla città, questo luogo, questa collina, circondata da lagune con in mezzo isole abitate da vigogne, da montagne che mostrano tutta la loro energia alla luce del tramonto, è stato scelto da tre diversi imperi come luogo di sepoltura dei loro personaggi più illustri. Con stili diversi, vi hanno costruito delle torri, per ospitare i loro corpi e le cose necessarie al passaggio alla nuova vita. Tutti erano concordi che ci fosse una certa magia in quella terra, più alta rispetto agli insediamenti sulle rive del lago, e che fosse il luogo giusto per la costruzione delle torri.
Ciò che in realtà mi è rimasto più impresso di Puno è però altro, è stata l’occasione di vedere questa città moderna liberarsi dalle vesti assunte per far fronte al turismo e liberare il suo spirito interiore, la sua vera anima. Il 3 maggio è la festa di Santa Cruz, una festa che viene festeggiata in modo diverso in tutti i luoghi del lago. La mattina, prima di tornare dalla gita alle Uros a mezzogiorno, ho chiesto alla guida cos’era stato organizzato in città. Lui era diretto “alla festa”, mi ha chiesto se volevo andarci con lui prima dell’escursione del pomeriggio a Sillustani. Ho colto l’occasione delle 2 ore libere e sono andata, a noi si è unita una titubante signora hawaiana. Di sicuro è stata una delle cose più strane che abbia mai visto… la festa di Santa Cruz è l’occasione in cui la gente pone una base alla realizzazione dei loro desideri. Una via viene completamente occupata da bancarelle che vendono miniature di qualsiasi cosa: soprattutto case e automobili, ma anche moto, camion, sementi, bancarelle, bimbi, mariti, bauli, soldi, articoli di arredo, più certificati notarili o lauree. Migliaia di persone si accalcano ad esse per trovare l’oggetto dei loro sogni, lo comprano, lo fanno benedire dai venditori, che cospargono l’oggetto e a volte la persona di fiori, di incenso e di acqua benedetta, e poi lo portano nella chiesetta lì vicino, per mostrarlo al sacerdote e ricevere la benedizione finale. Fuori dalla chiesa c’è una coda di più di un’ora per il proprio turno. Dopodiché si va a festeggiare bevendo e mangiando nelle bancarelle del cibo lì affianco, perché entro un anno il proprio desiderio potrà diventare realtà, chi avrà comprato una casa riuscirà ad acquistarla veramente (per case e automobili viene anche rilasciato un certificato di acquisto che imita quello reale), chi avrà acquistato un titolo di laurea si laureerà, e così via. A me sembrava tutto un po’ assurdo, perché vedere questi venditori che si tramutavano in santoni mi lasciava piuttosto scettica, però la gente ci credeva realmente e tutto questo mi conquistava. La mia guida desiderava una casa vicino alla cattedrale, la signora hawaiana una casa per la sorella. Se compri un oggetto per te stesso non funziona, è qualcun altro che deve regalartelo. E così si sono comprati a vicenda una casa. Poi la guida mi ha chiesto: “E tu cosa desideri?”.
Cosa desidero? Questa domanda mi ha spiazzato. Perché la realtà è che ciò che ho provato quando mi è stata posta è stata la tranquillità più completa nel dire “Niente”. Come si può non desiderare niente? Ci sarà pur qualcosa. Eppure no. Più cercavo di pensare a quale di quelle cose mi avrebbe fatto piacere, più ero convinta di non averne bisogno. Perché la realtà è che la mia vita in questo momento è talmente perfetta da non farmi voler desiderare altro. L’unico desiderio che mi passava per la testa è poter essere felice così ogni giorno della mia vita. Questo sarebbe il massimo. Forse troppo. Ma poter ogni giorno scoprire qualcosa in più di questo mondo, rimanere emozionati per le cose più semplici, sentire di stare vivendo ogni occasione utilizzando tutti i propri sensi, è fantastico. E così, nonostante mi esortasse a trovar qualcosa per me, io rimanevo semplicemente lì, incantata a vedere ognuno rincorrere i suoi sogni mentre io sono qui, nel mezzo della realizzazione del mio. Alla fine ha scelto lui per me, non voleva che rimanessi senza niente. E sono rimasta totalmente affascinata e rapita dalla sua scelta. Mi ha preso una valigia, piena di soldi. Mentre andavamo davanti alla chiesa per mostrare le nostre cose (non c’era il tempo di far la coda ed entrare) ho realizzato quanto significato avesse quella valigia per me. In questi mesi quel piccolo sogno che era dentro di me si è effettivamente fatto sempre più forte: viaggiare, viaggiare il più possibile, e magari essere pagata per farlo. Questo sì che sarebbe bello. Che quella valigia piena di soldi significasse quello?
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