Il primo impatto con La Paz è qualcosa di completamente differente con la Bolivia vista fin'ora. Le montagne non hanno più dolci vette arrotondate, il paesaggio si fa più aspro e, sotto di noi, si apre un canyon grandissimo, che lascia intravedere la sua vallata. Ma non è un canyon come si potrebbe immaginare, selvaggio, roccioso, verde a valle dove corre il fiume. La natura non si vede, é come inghiottita dalle migliaia di case che si arrampicano su ogni minimo spazio, creando uno sfondo unico, senza sfumature, omogeneo ma allo stesso tempo spaesante e sorprendente per questo. Solo a Tijuana prima d'ora avevo visto un tale affollamento di abitazioni, ma, se non ricordo male, l'impatto era completamente diverso: le case erano bianche e comunque il paesaggio era aperto, essendo più o meno alla stessa altezza del mare. Qui ci si trova a 4.000m d'altitudine, il tutto é racchiuso tra due ripide pareti e ciò che si vede é una macchia arancio/marrone, dovuta alle abitazioni costruite in mattoni lasciati a vista. Si potrebbe quasi sentire un senso di claustrofobia, non esiste infatti un angolo dove non sia possibile vedere, a specchio, la parete opposta, uguale con la sua distesa infinita di case.
L'omogeneità qui crea caos, un caos che si ritrova sulle strade e che mi riporta ai luoghi visti prima di arrivare in Sud America. I mercati sono ovunque e, a seconda della zona, ogni angolo è occupato da bancarelle di abiti, scarpe, cianfrusaglia varia, o da donne e uomini seduti per terra, sopra il loro telo, a vendere frutta e verdura, carne, uova e formaggi. Come in Laos, la maggior parte se ne sta lì tranquilla, ad aspettare che sia tu ad andar da loro. Nel frattempo, sedute tra la loro merce, le donne continuano imperterrite a lavorare a maglia, a volte anche mentre camminano per la strada parlando con le loro amiche. Girare a La Paz significa quindi percorrere queste stradine e vicoli, che si sviluppano dalla via principale a valle e salgono ripidi verso l'altipiano, seguendo il profilo della case e a loro volta seguiti dalle bancarelle. Ritrovarsi a camminare tra viuzze coloniali, altre prettamente turistiche, o nel bel mezzo del mercato della stregoneria, dove i boliviani vengono a cercare rimedi popolari a base di erbe o altri ingredienti necessari a manipolare e supplicare gli spiriti dell'occulto, tra cui poveri feti di lama imbalsamati che vengono omaggiati a Pachamama (la madre terra) nella costruzione di una casa.
È la capitale del paese eppure sembra molto più paesana delle altre, decisamente meno bella ma sicuramente densa di tradizioni, colori, stravaganze. Non é un luogo che mi conquista, ma che riesce a darmi un assaggio di quell'altra America Latina, affollata, confusionaria, forse più autentica e meno influenzata dai colonizzatori europei, che ancora non avevo trovato.
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