In realtà non c’è molto da dire su Angkor. Immaginate i templi più spettacolari del mondo, tutti insieme, tutti lì. Dispersi in mezzo alla giungla, talvolta sovrastati da essa, in mezzo a laghi e risaie e a molta, moltissima quiete. Interrotta solo dalla frotta di turisti che invadono questi luoghi tutti i giorni, per visitare una delle più grandi meraviglie del mondo, riassunta dall’Angkor Wat, ma che in realtà si ritrova altrettanto spettacolare anche in tutti i templi minori. Ho dovuto lottare parecchio contro la tentazione di andare a visitare subito, il primo giorno, i templi più famosi. E in realtà la sera ne ero già pentita: tornata a casa ho cominciato a star malissimo. Dopo 3 mesi senza aver mai avuto un problema di salute (a parte l’indigestione di pizza in India, ma non conta), pensavo il mio stomaco fosse pronto a tutto, abituato a qualsiasi cosa. Così a Phnom Penh ci ho dato dentro, concentrando in un solo giorno frutta di tutti i tipi, frullati di altri tipi ancora (compreso quello tipico cambogiano a cui aggiungono un uovo crudo, preso a una bancherella per strada) e succo fresco di palma da zucchero con ghiaccio (preso pure per strada, come le guide non raccomandano di fare). A quanto pare è stato troppo… E così, tra dolori di pancia e febbre, ho temuto di dover perdere ciò che aspettavo da mesi. Ma meno male a Siem Reap avevo programmato di stare 3 giorni pieni, quindi alla fine sì, un giorno in hotel me lo sono dovuta fare, ma il terzo giorno... il turno per i templi più attesi è arrivato! E in realtà la mia scelta iniziale era stata azzeccata, perché se avessi visto prima questi ultimi probabilmente gli altri non mi avrebbero fatto lo stesso effetto. E che effetto… mi chiedevo, se questi sono così, gli altri come saranno?? Perché già per me quelli minori era una meraviglia e valevano un viaggio da soli in Cambogia. Probabilmente la sensazione si è avvicinata a quella della visita alle tombe dei faraoni sparse nel deserto vicino a Luxor, anche quelle lasciate lì, prede della natura, ma un tempo luoghi grandiosi, testimonianza di civiltà floride, avanzate, sperimentali. Questi non sono così antichi, sono stati costruiti tra il IX e il XIII secolo, ma comunque lasciano incantati. Le strutture sono simili le une alle altre, ma ognuno ha una sua diversità che lo rende speciale. Poi sì, il culmine si raggiunge certo quando si raggiungono il Ta Phrom, l’Angkor Wat e l’Angkor Thom. Il primo, set di Tomb Raider, è rimasto invariato dal passato. E quindi completamente avvolto dalla natura, dalle radici degli alberi, che hanno scelto di arrampicarsi e avvolgere in un abbraccio le pareti rosa, a volte trascinandole giù, a volte creando delle strutture così grandiose come solo la natura sa fare. Il secondo… beh, la sua fama lo precede, nonostante nella realtà sia molto più piccolo di quanto me lo aspettassi. È semplicemente un capolavoro di architettura, simmetrie e precisione. L’aria che vi si respira dentro non lascia segni di dubbio: abitarvici doveva essere straordinario. Ma è il terzo quello che mi rimarrà sempre nel cuore, in particolare la sua perla, il Bayon. Quello è magia. A crearla tutti quei volti di Avalokiteshvara che ti guardano, in mezzo a torri arrampicate una sull’altra, dall’aria gotica, misteriosa. Non è solo la sensazione di sentirsi osservati, è quella che all’interno ci sia ancora uno spirito vivente, che in tutti quei secoli non ha mai abbandonato del tutto la sua casa, ma è rimasto sempre ad accogliere sorridente tutti le anime pronte a farlo penetrare un poco dentro di loro. Mi sarei persa per ore negli stretti passaggi, ad esplorare ogni angolo.
Dopo tanti templi visti negli ultimi mesi, non avrei mai immaginato di amarli sempre di più. Probabilmente se avessi fatto un giro contrario li avrei semplicemente odiati dopo 2 giorni. Ma così no. È stato un crescendo, sempre più bello, uno stupore sempre più forte. E questo è stato l’apice. L’apoteosi. Non avrei potuto desiderare di più. Questo è quanto.
Per il resto Siem Reap è una cittadina cresciuta grazie al turismo di Angkor. Grazie ai milioni di visitatori che accorrono ogni anno, dagli ultimi 15 anni. Prima c’era pochissimo, da allora si è trasformata. C’è una via che è stata addirittura chiamata Pub Street, essendo occupata solamente da bar e frequentata da occidentali. La musica è altissima, pare di stare in discoteca solo stando per strada. È uno di quei posti dove ti dimentichi di essere in oriente, se non fosse per i guidatori di tuk tuk che compaiono sempre da ogni lato a chiederti quali sono i tuoi programmi o i bambini che cercano di venderti libri o cartoline, per poi finire per chiederti di offrirgli un pasto. E quando sai la loro situazione, hai avuto modo di conoscere la storia del loro paese, sai che ne hanno davvero bisogno e a quello non puoi dire di no.
Mi fa strano pensare che questa è stata la mia ultima tappa nel sud-est asiatico. Che tra poco tornerò a Bangkok e domani lascerò questo mondo per immergermi per 3 giorni nel mondo australiano. Prima di partire pensavo ne sarei stata contentissima, ora… sono davvero triste di lasciare questi luoghi. Sono un po’ come casa mia ormai. Riesco davvero a dire “mi sento a casa”. Ci sto bene. Me ne sono innamorata. Sono certa mi mancheranno moltissimo. Cercherò quindi di godermi al meglio queste ultime 24 ore, dopodiché un nuovo reset, una nuova avventura.
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