Come immaginavo la storia della marea era solo una scusa. Quello a cui non avevamo pensato era un’altra eventualità: la rottura della barca. Mentre eravamo fermi sulla sponda del fiume, vicino a un villaggio indefinito, non c’eravamo resi conto di quel che era successo. Eravamo partiti da poco più di un’ora, la barca fino a quel momento aveva navigato veloce, pensavamo dovessimo aspettare altri barconi rimasti più indietro. Io e una coppia di Kent abbiamo così continuato a giocare tranquilli a Black Jack, seduti per terra a prua, su dei cuscini, dato che al nostro arrivo la mattina le sedie erano già completamente occupate. Passano 20 minuti, 40, 1 ora… strano, di altri barconi non se ne vedono. Solo quando il ragazzo che portava la barca è sceso a terra, con in mano un pezzo di motore e un martello, ci siamo resi conto che qualcosa non andava. Nel frattempo a stare fermi faceva sempre più caldo, abbiamo deciso così di scendere anche a noi nell’attesa, mentre un paio di uomini del villaggio erano arrivati a vedere che succedeva. Ok, probabilmente non saremmo mai arrivati a Luang Prabang per la sera, se non altro avremmo potuto chiedere al villaggio qualcosa da mangiare, sebbene sembrava non avessero mai visto degli stranieri in vita loro. È stato stando sulla riva che ci siamo resi conto che i bambini e le donne che avevamo visto il giorno precedente, che pensavamo raccogliessero granchi, in realtà facevano altro: il terriccio era pieno di scaglie d’oro! Alcuni ragazzi si sono messi pure a raccoglierlo, riempendosi le mani e poi lasciandole asciugare in modo da poterlo raccogliere. Ma dopo un’ora e mezzo incredibilmente i motori hanno ripreso a funzionare, riempendoci di speranze. La realtà è che fino all’ultimo siamo però stati preoccupati: ci siamo resi conto che le sponde del Mekong sono piene di barconi come il nostro rotti, abbandonati, inoltre continuavamo a fermarci tra un villaggio e l’altro, anche se poi scoprivamo che era solo per prender su gente del posto. Contadini che, dopo aver venduto le loro uova e frutta, ritornano presso i propri villaggi, villaggi di paglia, di soli pescatori e cercatori d’oro, le cui donne si lavano tranquille nelle acque e i cui bambini giocano nudi nelle acque del fiume, correndo poi abili tra le rocce affilate che costeggiano le sue acque.
Il viaggio è stato lungo, ma non è riuscito a stancarmi. Davvero questo paesaggio è unico, incredibile, ti prende completamente offrendoti immagini indimenticabili. Ogni tanto ci superava qualche speedboat, che lo stesso viaggio da noi compiuto in 16 ore lo percorrono in 4, ma ero contenta di potermi assaporare ogni minuto del lungo viaggio. Anche la notte a Pakbeng è stata interessante: arrivare verso il villaggio al tramonto, con tutte le lucine a illuminare il legno delle case, i bimbi in giro a giocare. È vero che appena si scende dall’imbarcazione si viene travolti da ragazzini che cercano di portarti nelle loro guesthouse, ma una volta superata quella massa si sale la collina e il paese è delizioso. La mia guida dice di non rimanere sconvolti dal primo impatto col Laos con questo paese, perché non è tutto così rurale come lì, ma come al solito a me questo aspetto è stato ciò che mi è piaciuto di più. Il ristorante dove ho mangiato era una terrazza affacciata sul Mekong. Accanto ai tavoli c’era il salotto della famiglia, quindi mentre cenavi erano seduti lì anche loro, sui loro divani, a giocare con i figli e guardare la tv. Quando in cucina era pronto qualcosa i genitori mandavano i bimbi a prendere il cibo e a portarlo agli ospiti. Era un ambiente così famigliare!
Man mano che ci siamo avvicinati a Luang Prabang il paesaggio è cominciato a cambiare: le case in legno e in paglia hanno cominciato a essere costruite in mattoni, con forme più simili alle nostre. I villaggi erano sempre più vicini e, dove non c’erano questi, intere vallate bruciavano per le colture. Alle 18.30, con 2 ore di ritardo e quando ormai era buio, il nostro barcone ha attraccato al porticciolo di Luang Prapang, che si stava preparando al coloratissimo mercato notturno.
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