Federico in India, 2008-2009 travel blog

Io e Devjibhai

il deserto di fango

antilopi azzurre

un Agarya va alla sua salina

Onagri

Onagri

Onagri

L'accampamento di una famiglia Agarya

pompa diesel

la salina

la salina

Devjibhai e la donna Agarya

la tenda, la casa

la tenda, la casa

preparando il te'

io e gli Agarya

la jeep e l'autista

un piccolo tempio nel deserto

deserto di fango secco

la salina

il sale

Agarya

Cammelli !

aspettando il ritorno delle pioggie

le barche dei pescatori

le barche dei pescatori

deposito di sale

deposito di sale

cristalli di sale

orme di gru

le wetlands

fenicotteri

fenicotteri

fenicotteri

tramonto sul Little Rann


Sale amaro

Il Piccolo Rann del Kutch e' un deserto di fango secco, ma non solo. Insieme al suo fratello maggiore il Grande Rann, durante la stagione delle pioggie, luglio agosto e settembre, questa depressione viene prima invasa dall'acqua salata dell'Oceano Indiano e poi da quella dolce delle pioggie, trasformandosi in una pescosissima zona di acqua salmastra che si unisce all'Oceano. Con la fine delle pioggie le acque si ritirano, creando delle zone aride e delle zone paludose, e in queste ultime vengono a svernare mgliaia di uccelli migratori fra cui gru e fenicotteri, poi piano piano la terra si secca ed arriva l'estate, quando le temperature superano i 50 gradi.

Queste caratteristiche ne fanno un ecosistema unico al mondo. Il Little Rann e' l'ultimo posto dove sopravvivono alcuni esemplari (circa tremila) dell'onagro, l'asino selvatico indiano (Equus hemionus Khur), antichissimo animale che i Sumeri utilizzavano per trainare carri. Sono animali di stazza media, alti 120 cm al garrese, un po' piu' grandi dei nostri asinelli insomma.

C'e' un popolo che vive intorno al Little Rann, si chiamano Agaryas, e vivono estraendo sale dal deserto nel periodo che va dalla fine del monsone all'inizio dell'estate, quindi da ottobre ad aprile. Poi subentrano altri, i pescatori, che durante le pioggie sistemano le proprie reti e navigano sulle acque salmastre, pescando soprattutto gamberi.

Siamo partiti stamattina con una jeep, e ci siamo addentrati nel deserto, che e' un Santuario Naturale Protetto. Devjibhai conosce bene il deserto, sua madre era una Agarya. Gli vedo brillare gli occhi mentre li stringe leggermente, guardandosi intorno, cercando di avvistare gli animali. Ed infatti fa presto segno al driver di fermarsi: a qualche centinaio di metri c’e’ un branco di Nilgai, le antilopi azzurre (Boselaphus tragocamelus). Ci avviciniamo lentamente con la jeep, poi a piedi. Le antilopi si accorgono presto di noi, ed e’ qui che inizio a rimpiangere, per la seconda volta in questo viaggio, di non avere un teleobiettivo. Ma tant’e’, sono venuto con la macchina fotografica della mutua, e con quella mi arrangio. Devjibhai spiega che i maschi sono neri, le femmine brune.

Ancora qualche kilometro e vediamo i primi onagri. Ne vedremo molti poi, nell’arco della giornata. In fondo sembrano dei semplici asinelli, ma si tratta di un animale resistentissimo, capace di stare nel deserto, d’estate, a 55 gradi, senza bere ne’ mangiare per giorni, e che corra come un cavallo fino a 70 km/h. Il manto e’ molto elegante, bianco e bruno con quella striscia nera longitudinale sul dorso.

Poi andiamo verso le wetlands, dove in sacche d’acqua salmastra troviamo gru comuni, fenicotteri, pellicani, che fanno decine di migliaia di kilometri in volo dalla Siberia per venire a svernare fino quaggiu’.

Torniamo a correre in jeep sul fango secco, e improvvisamente vediamo delle barche... Barche? Gia’, per due mesi all’anno qui c’e’ un metro d’acqua, e milioni di gamberi. Quando finsce il monsone e le acque iniziano a ritirarsi, i pescatori non hanno bisogno di tirare in secco le imbarcazioni, si limitano a riporre le reti: le barche le mette in sicurezza il deserto.

Su questa immensa distesa piatta di fango secco incorostato di sale, l’effetto miraggio e’ continuo, ti sembra sempre di vedere acqua all’orizzonte ma invece e’ solo calura. Ad un certo punto pero’ mi accorgo che si tratta davvero di acqua: siamo arrivati ad una salina.

Gli Agarya vivono dell’estrazione del sale. L’intera famiglia si piazza in una tenda ad ottobre, e ci resta fino a marzo-aprile. Una piccola pompa diesel estrae 24 al giorno l’acqua salata dalla falda sottostante, che viene immessa in un sistema di vasche che ogni anno viene ricostruito dopo il monsone. Ogni famiglia ha il suo appezzamento di riferimento, da generazioni, e si costruisce la propria salina, con piccole dighe erette con le mani. Il sistema sfrutta le leggi naturali, e di vasca in vasca l’acqua diventa piu’ salata, quindi piu’ pesante, e scivola nella vasca successiva, fino a quando e’ sufficientemente salata da cristallizzare al sole. Gli Agarya rimestano i cristalli di sale con un rastrello, fino a quando sono pronti per essere immagazzinati.

La famiglia che incontriamo, padre madre e figlio, ci offre l’immancabile te’, nero, forte e speziato. Dhevjibhai ci aiuta a comunicare. Gli chiedo quanto sale riescano a produrre ad ogni ciclo annuale: circa 750 tonnellate, quando va bene anche mille, quando va male cinquecento. Devono pagare il gasolio e l’acqua dolce che gli vengono portati settimanalmente da vari intermediari, quegli stessi intermediari che poi compreranno il sale, a 10 paise al kilo. 100 paise fanno una rupia, quindi l’incasso medio e’ di 75.000 rupie all’anno, cui vanno tolte le spese. Alla fine restano forse 700-800 euro, con cui campare la famiglia per dodici mesi. Il sale, comprato a dieci centesimi al kilo, va sul mercato a 10 rupie, cento volte tanto: la parte del leone la fanno gli intermediari e i grossisti.

Da qualche tempo il governo del Gujarat ha iniziato a dare concessioni su grandi appezzamenti a delle grosse societa’: Little Rann produce il 20% del sale consumato in India, il business e’ enorme. Le societa’ usano grandi macchinari, piu’ efficienti, che non hanno bisogno del lavoro degli Agarya. L’impatto sociale ed ambientale pero’ e’ devastante: i ventimila Agarya rischiano di perdere la loro unica fonte di reddito, che e’ l’unica cosa che sanno fare, e il delicato equilibrio dell’ecosistema del Little Rann rischia di essere stravolto. Stanno cercando di fare qualcosa, la concessione di costruire grandi dighe all’interno del Santuario e’ probabilmente illegale, Devjibhai mi dice che cercheranno di portare la questione fino davanti alla Suprema Corte Indiana, a New Dehli.

L’uomo Agarya, con un sorriso triste ed un lampo negli occhi, mi dice: -ogni giorno, prego perche’ arrivi un nuovo Mahatma-

Mentre torniamo verso Dhrangadhra il sole tramonta sul deserto. Stanotte prendero’ di nuovo un bus per spostarmi, ma prima mi fermo a cena a casa di Devjibhai.

Che giornata, che posti. Che mondo assurdo.



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